Eta’ Vittoriana – diritto di voto ed abolizione dazi

Diritto di voto ed abolizione dazi.Sul piano politico, come su quello economico, i grandi processi di trasformazione sono già avviati quando Vittoria viene incoronata. Nel 1832 il primo Reform Act estende di circa un terzo il numero degli elettori, attraverso la riforma e la ridefinizione dei collegi elettorali, attribuendo un maggiore rilievo ai centri urbani e sottraendo all’aristocrazia terriera il tradizionale controllo sulle candidature. Nel 1867 raddoppierà il numero degli aventi diritto al voto, includendovi per la prima volta importanti quote di lavoratori. Il Reform Act del 1884 e il Redistribution Act del 1885 triplicano il numero degli elettori, includendovi la maggior parte dei contadini e degli operai: il suffragio universale maschile arriverà però solo nel 1918 e quello femminile nel 1928.

La prima estensione del diritto di voto nel 1832 apre le porte allo sviluppo di una intensa propaganda per il suffragio universale, che dal 1836 si trasforma in un movimento interclassista in cui le rivendicazioni delle classi medie e degli operai si uniscono nella richiesta dell’approvazione di una “Carta”, o petizione, che chiede al parlamento di accogliere sei richieste, la più importante delle quali è il diritto di voto esteso a tutti i cittadini maschi. Considerato da alcuni storici una risposta emotiva alle trasformazioni in corso, fondata sulla convinzione utopistica che il diritto di voto avrebbe di per se stesso portato alla soluzione delle drammatiche contraddizioni sociali del Regno Unito, il movimento cartista promuove una crescente mobilitazione politica, che si esprime in enormi manifestazioni, frustrata dalle ripetute bocciature delle sue richieste da parte del parlamento. Nel 1842, l’ultima di queste condurrà a gravi disordini e successivamente all’estinguersi e trasformarsi delle varie anime politiche e sociali del cartismo. Pur non riuscendo ad amalgamarsi con i rappresentanti delle classi medie, la partecipazione di massa degli operai al movimento delinea, e “inventa”, tutte quelle che saranno le modalità di organizzazione, manifestazione e protesta del futuro movimento operaio e sindacale. Per la prima volta, la folla si istituzionalizza: mentre nel passato anche poche decine di persone riunite potevano essere viste come una potenziale minaccia di disordini, le centinaia di migliaia mobilitate dal cartismo manifestano pacificamente in modo ordinato e organizzato, chiedendo un intervento del parlamento per estendere i propri diritti.

L’altro grande ed influente movimento di quegli anni è rappresentato dall’Anti Corn Laws League e dalla sua battaglia per il libero mercato e l’abolizione del regime daziario protezionista adottato nel 1815 per salvaguardare la produzione nazionale di granaglie. Nato su ispirazione di David Ricardo, trova in Richard Cobden il suo principale propagandista e leader: esercitando una costante pressione sull’opinione pubblica e sul parlamento, riesce a trionfare nel 1846, ottenendo l’abrogazione dei dazi sul grano, difesi dall’aristocrazia, e determinando, dal 1849, la definitiva affermazione del Free Trade come dottrina economica ufficiale del Paese.

Benjamin Disraeli, uno dei maggiori esponenti tory, leader del partito e primo ministro, comprende la lezione degli anni Trenta e Quaranta: il Regno Unito è una nazione divisa tra i ricchi e i poveri, i padroni e i lavoratori, e solo un compromesso sociale tra le classi potrà ricomporla a unità e salvarla dal pericolo di una rivoluzione sociale. Se lo Stato garantisce i nuovi interessi industriali con l’adozione del libero mercato e la rinuncia a interventi e interferenze in campo economico, è però necessario sostenere i lavoratori per eliminare le condizioni di estrema miseria in cui vivono e per cancellare almeno gli aspetti più oscuri e inaccettabili del sistema industriale, quale il lavoro minorile. Facendosi promotori del nuovo compromesso sociale e governandolo, i Tories potranno ricomporre un’alleanza con le masse dei lavoratori, allontanandoli dalle tentazioni rivoluzionarie ma anche dall’influenza dei liberali. Queste idee porteranno Disraeli a sostenere il secondo Reform Act nel 1867, nella convinzione che estendere il diritto di voto consentirà ai conservatori di poter utilizzare i lavoratori per bilanciare l’influenza della borghesia industriale. Ma da questo momento egli inizia a guardare con sempre maggiore interesse all’idea, o ideale, di “impero”, come quell’elemento astratto ed elevato attorno a cui si potrebbe operare quella che, in termini moderni, potremmo chiamare “costruzione del consenso” dei ceti lavoratori, attorno alla monarchia e allo Stato. È la politica che nel 1876 porta alla proclamazione della regina Vittoria come imperatrice.

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