Il manuale dell’inquisitore – Bernardo Gui

Trama
La fama di Bernardo Gui, inquisitore del Trecento, è stata enormemente amplificata dal personaggio de “Il nome della rosa” che porta il suo nome. Il suo “Manuale dell’inquisitore”, un documento unico dell’epoca, non poteva non affascinare un cultore del Medioevo come Umberto Eco. Marcello Simoni ci introduce ai segreti di un testo che raccoglie le istruzioni da seguire per interrogare i sospettati di eresia: un piccolo vademecum delle specificità di ciascuna setta eretica, ma anche una guida per istruire il processo. Alle astuzie tipiche di chi venera un falso dio, infatti, Bernardo Gui indica come reagire con astuzia retorica ancora maggiore. I sofismi, i falsi ragionamenti, gli inganni da smascherare per arrivare infine a estorcere una piena confessione e l’abiura. Così come vi sono farmaci diversi per malattie diverse, scrive l’autore, vi saranno metodi differenti per interrogare gli eretici a seconda della setta a cui appartengono. Le domande andranno poste in ordine differente, bisognerà calcare la mano su alcune di esse, bisognerà non accontentarsi della prima risposta, perché potrebbe essere capziosa. Il serpente del Maligno, infatti, si annida ovunque ed è necessario essere ben accorti per evitare che i figli delle tenebre abbiano il sopravvento.

Recensione a cura di Roberto Orsi

Quella dei “secoli bui” è una leggenda. Anzi, una bugia. In realtà il Medioevo fu molte cose, buona parte delle quali guidò l’umanità verso il Rinascimento.

Inizia così l’introduzione dello scrittore Marcello Simoni a quello che è un libro molto particolare. “Il manuale dell’inquisitore” che Newton Compton ci regala con questa pubblicazione, è la “quinta e ultima parte del trattato sulla maniera, la tecnica e la capacità di interrogare e giudicare gli eretici e i loro fedeli e seguaci, allo scopo di smascherare le frodi, gli intrighi e le astuzie sotto le quali si nascondono con abilità”.

L’opera è di Bernardo Gui, inquisitore che deve la sua fama anche al ruolo a lui assegnato nel capolavoro di Umberto Eco “Il nome della rosa”, che abbiamo avuto modo di apprezzare nella recente serie TV su Rai 1, interpretato da Rupert Everett in maniera magistrale.

Era un domenicano di circa settant’anni, esile ma dritto nella figura. Mi colpirono i suoi occhi grigi, freddi, capaci di fissare senza espressione, e che molte avrei visto invece balenare di lampi equivoci, abile sia nel celare pensieri e passioni che nell’esprimerli a bella posta.

Queste le parole vergate da Adso da Melk nel suo diario in cui racconta le note vicende de “Il nome della rosa”.
Nell’immaginario collettivo, complici anche le rappresentazioni cinematografiche e televisive, Gui risulta un uomo spietato, un inquisitore senza scrupoli che non esitava ad accendere un rogo immediato per condannare i sospettati di eresia. Chi ha studiato questo personaggio sa bene che la figura rappresentata sul grande e piccolo schermo è una esagerazione di quello che è comunque considerato uno dei più importanti inquisitori dell’epoca.

In un recente intervento proprio di Marcello Simoni, al Festival del Giallo di Pistoia, a cui ho avuto il piacere di partecipare, l’autore ha descritto Bernardo Gui come un grande studioso del proprio tempo. Un domenicano letterato, profondo conoscitore della religione, dei dogmi cattolici e delle eresie contrarie ai dettami della Chiesa. Di certo, un inquisitore medievale non poteva essere un agnellino, per dirla alla moderna “avrà di certo avuto un pelo così sullo stomaco”. Prova ne siano anche le 398 sentenze di condanna individuali e 45 condanne a morte emesse da Gui nel corso del suo mandato.

Probabile però che Bernardo Gui non superi in “cattiveria” altri illustri nomi che hanno calcato la scena inquisitoriale come Tomàs de Torquemada o Nicolas Eymerich, di cui ha scritto Valerio Evangelisti nella sua serie di libri. Addirittura, Marcello Simoni ci ricorda che:

La “Practica Inquisitionis Heretice pravitatis”, ovvero il manuale per cui Bernardo Gui è maggiormente ricordato, non andò incontro a particolare fortuna. Già rimpiazzata alla fine del Trecento dal più rigoroso Directorium inquisitorum di Eymerich, restò nel dimenticatoio dal Rinascimento fino al 1886, quando il canonico medievista Célestin Douais la scovò tra la polvere d’archivio e decise di pubblicarla integralmente, per la prima – e unica – volta.

E Newton Compton con questo volume pubblica proprio la quinta parte della Practica Inquisitionis, un’opera, dal valore incredibile, un manuale di supporto fondamentale per i padri domenicani impegnati nella lotta all’eresia. Una pratica, quella inquisitoriale, che ha suscitato da sempre l’interesse di molti studiosi ed esperti, ma anche dei lettori amanti della storia. Lo storico del Cristianesimo Grado Giovanni Merlo definisce spiega che in quest’opera:

Teoria e prassi si integrano in modo armonico: l’una influenza l’altra, sorreggendosi e condizionandosi a vicenda. La teoria sostiene la prassi e la prassi solletica la teoria.

Come sottolineato dalle parole di Marcello Simoni, la dottrina ecclesiastica e giudiziaria era molto lacunosa al tempo. Ecco la necessità di avere dei manuali di pratica inquisitoria.
Questo di Bernardo Gui è un documento importante perché riporta in modo molto dettagliato quelle che erano considerate le eresie dei principali movimenti del Sud della Francia e del Nord Italia. Vengono descritti i tratti salienti di:

  • Manichei, meglio conosciuti come Catari, probabilmente il movimento eretico più famoso del periodo.
  • Valdesi o Poveri di Lione, seguaci di Valdo da Lione, considerato un Francesco d’Assisi mancato
  • Pseudo-apostoli o apostolici, seguaci di Gherardo Segarelli prima e Fra’ Dolcino successivamente di cui abbiamo parlato su questo blog in occasione della serie tv de Il nome della rosa
  • Beghini, movimento laico sia maschile (begardi) che femminile (beghine), definiti anche fratelli poveri. Bernardo Gui collega la loro eresia a quella del frate occitano Pietro di Giovanni Olivi da cui hanno tratto gli insegnamenti
  • Giudei o giudaizzanti, ebrei convertiti al cristianesimo ma che in segreto continuano a praticare la loro fede ebrea e a seguire la legge mosaica.

Un manuale molto interessante, oggi, per chi vuole approfondire le differenze tra i vari movimenti ereticali e un utile strumento per uno scrittore di romanzi storici.
Un viaggio all’interno del pensiero eretico dal punto di vista dell’inquisitore, con le tecniche di interrogatorio più efficaci per ottenere le confessioni delle “verità” da parte degli eretici. O almeno quelle che qualcuno voleva sentirsi dire.

 

Copertina rigida: 189 pagine
Editore: Newton Compton (21 febbraio 2019)
Collana: Nuova narrativa Newton
Lingua: Italiano
ISBN-10: 8822730186
ISBN-13: 978-8822730183
Link di acquisto cartaceo: Il manuale dell’inquisitore
Link di acquisto ebook: Il manuale dell’inquisitore

 

Facebook Comments

Facebook Comments

Precedente L'intervista di TSD a Sara Valentino del blog "Septem Literary" Successivo #Letturacondivisa maggio 2019: “Pietra è il mio nome” di Lorenzo Beccati