Il segno dei tre – Umberto Eco (seconda parte)

A cura di Salvatore Argiolas

Se vi siete persi la prima parte di questa recensione, la potete trovare qui.

Ci siamo lasciati con un passaggio tratto da “Zadig” di Voltaire, una scena che rappresenta alla perfezione il concetto di abduzione, nella letteratura classica. Si diceva che questa scena ne ricorda un’altra molto famosa…

 

Ecco come Guglielmo da Baskerville meraviglia i monaci dell’abbazia che cercano un cavallo con un’abduzione simile ne “Il nome della rosa”:

Abituato come ero a sentirlo fare le più singolari affermazioni, non lo interrogai. Anche perché, dopo un altro tratto di strada, udimmo dei rumori, e a una svolta apparve un agitato manipolo di monaci e di famigli. Uno di essi, come ci vide, ci venne incontro con molta urbanità: “Benvenuto signore,” disse, “e non vi stupite se immagino chi siete, perché siamo stati avvertiti della vostra visita. Io sono Remigio da Varagine, il cellario del monastero. E se voi siete, come credo, frate Guglielmo da Bascavilla, l’Abate dovrà esserne avvisato. Tu,” ordinò rivolto a uno del seguito, “risali ad avvertire che il nostro visitatore sta per entrare nella cinta!”
“Vi ringrazio, signor cellario,” rispose cordialmente il mio maestro, “e tanto più apprezzo la vostra cortesia in quanto per salutarmi avete interrotto l’inseguimento. Ma non temete, il cavallo è passato di qua e si è diretto per il sentiero di destra. Non potrà andar molto lontano perché, arrivato al deposito dello strame, dovrà fermarsi. E’ troppo intelligente per buttarsi lungo il terreno scosceso…”
“Quando lo avete visto?” domandò il cellario.
“Non l’abbiamo visto affatto, non è vero Adso?” disse Guglielmo volgendosi verso di me con aria divertita. “Ma se cercate Brunello, l’animale non può che essere là dove io ho detto.”
Il cellario esitò. Guardò Guglielmo, poi il sentiero, e infine domandò: “Brunello? Come sapete?”
“Suvvia,” disse Guglielmo, “è evidente che state cercando Brunello, il cavallo preferito dall’Abate, il miglior galoppatore della vostra scuderia, nero di pelo, alto cinque piedi, dalla coda sontuosa, dallo zoccolo piccolo e rotondo ma dal galoppo assai regolare; capo minuto, orecchie sottili ma occhi grandi. E’ andato a destra, vi dico, e affrettatevi, in ogni caso.”
Il cellario ebbe un momento di esitazione, poi fece un segno ai suoi e si gettò giù per il sentiero di destra, mentre i nostri muli riprendevano a salire. Mentre stavo per interrogare Guglielmo, perché ero morso dalla curiosità, egli mi fece cenno di attendere: e infatti pochi minuti dopo udimmo grida di giubilo, e alla svolta del sentiero riapparvero monaci e famigli riportando il cavallo per il morso. Ci passarono di fianco continuando a guardarci alquanto sbalorditi e ci precedettero verso l’abbazia. Credo anche che Guglielmo rallentasse il passo alla sua cavalcatura per permettere loro di raccontare quanto era accaduto. Infatti avevo avuto modo di accorgermi che il mio maestro, in tutto e per tutto uomo di altissima virtù, indulgeva al vizio della vanità quando si trattava di dar prova del suo acume e, avendone già apprezzato le doti di sottile diplomatico, capii che voleva arrivare alla meta preceduto da una solida fama di uomo sapiente.
“E ora ditemi,” alla fine non seppi trattenermi, “come avete fatto a sapere?”
“Mio buon Adso,” disse il maestro. “E’ tutto il viaggio che ti insegno a riconoscere le tracce con cui il mondo ci parla come un grande libro. Alano delle Isole diceva che
omnis mundi creatura quasi liber et pictura nobis est in speculum
e pensava alla inesausta riserva di simboli con cui Dio, attraverso le sue creature, ci parla della vita eterna. Ma l’universo è ancor più loquace di come pensava Alano e non solo parla delle cose ultime (nel qual caso lo fa sempre in modo oscuro) ma anche di quelle prossime, e in questo è chiarissimo. Quasi mi vergogno a ripeterti quel che dovresti sapere. Al trivio, sulla neve ancora fresca, si disegnavano con molta chiarezza le impronte degli zoccoli di un cavallo, che puntavano verso il sentiero alla nostra sinistra. A bella e uguale distanza l’uno dall’altro, quei segni dicevano che lo zoccolo era piccolo e rotondo, e il galoppo di grande regolarità — così che ne dedussi la natura del cavallo, e il fatto che esso non correva disordinatamente come fa un animale imbizzarrito. Là dove i pini formavano come una tettoia naturale, alcuni rami erano stati spezzati di fresco giusto all’altezza di cinque piedi. Uno dei cespugli di more, là dove l’animale deve aver girato per infilare il sentiero alla sua destra, mentre fieramente scuoteva la sua bella coda, tratteneva ancora tra gli spini dei lunghi crini nerissimi… Non mi dirai infine che non sai che quel sentiero conduce al deposito dello strame, perché salendo per il tornante inferiore abbiamo visto la bava dei detriti scendere a strapiombo ai piedi del torrione meridionale, bruttando la neve; e così come il trivio era disposto, il sentiero non poteva che condurre in quella direzione.”
“Sì,” dissi, “ma il capo piccolo, le orecchie aguzze, gli occhi grandi…”
“Non so se li abbia, ma certo i monaci lo credono fermamente. Diceva Isidoro di Siviglia che la bellezza di un cavallo esige «ut sit exiguum caput et siccum prope pelle ossibus adhaerente, aures breves et argutae, oculi magni, nares patulae, erecta cervix, coma densa et cauda, ungularum soliditate fixa rotunditas». Se il cavallo di cui ho inferito il passaggio non fosse stato davvero il migliore della scuderia, non spiegheresti perché a inseguirlo non sono stati solo gli stallieri, ma si è incomodato addirittura il cellario. E un monaco che considera un cavallo eccellente, al di là delle forme naturali, non può non vederlo così come le auctoritates glielo hanno descritto, specie se,» e qui sorrise con malizia al mio indirizzo, «è un dotto benedettino…»”.
“Va bene,” dissi, “ma perché Brunello?”
“Che lo Spirito Santo ti dia più sale in zucca di quel che hai, figlio mio!” esclamò il maestro. “Quale altro nome gli avresti dato se persino il grande Buridano, che sta per diventare rettore a Parigi, dovendo parlare di un bel cavallo, non trovò nome più naturale?

Come si vede l’abduzione è l’arte della congettura e permette un’infinità di collegamenti però necessita di una conoscenza del mondo molto vasta per poter raggruppare in un ipotesi possibile indizi tanto difformi.

Guglielmo può azzardare una teoria simile perché ha nella sua visione del mondo molti “segni” che gli permettono di azzardare una soluzione come nel caso del nome “Brunello” che solo un erudito poteva immaginare.

L’abduzione è una potente arma che però ha come prerequisito una struttura sinaptica molto sfrontata e particolare. Questo fatto spiega spesso come mai il detective che dice di avere la soluzione in mano, traccheggia e tira in lungo prima di svelare il mistero. A parte la necessità di creare il necessario pathos e di rendere omogeneo il romanzo, l’investigatore ha sempre bisogno di trovare piano piano i “segni” che confermano l’ipotesi data.

Il ragionamento ipotetico

Il metodo di indagine di Sherlock Holmes è particolare come si vede analizzando il suo romanzo d’esordio “Uno studio in rosso”.
Holmes viene convocato nel luogo del delitto da una lettera di Gregson, un investigatore di Scotland Yard. In questo momento ha nel suo bagaglio di conoscenze solo il fatto che la sera prima ha piovuto dopo una settimana di siccità.
Appena giunto sul posto osserva i solchi lasciati sul fango da un’altra carrozza davanti alla casa dove è avvenuto il delitto. La carreggiata della carrozza corrisponde a quella delle tipiche vetture pubbliche e le impronte lasciate dal cavallo lasciano intendere che sia rimasto a lungo incustodito.

Holmes da questi labili indizi conclude che la carrozza è arrivata di notte ed è stata lasciata incustodita e da ciò discende che il vetturino dev’essere coinvolto nel fattaccio. Cercando altre tracce Holmes trova due serie di impronte di scarpe, una di scarpe con la punta quadrata e l’altra di scarpe eleganti. Siccome quelle con la punta quadrata scavalcano una pozzanghera di un metro e venti è probabile che siano di un giovane mentre le altre impronte la aggirano.

Quando Sherlock Holmes incontra Lestrade, il secondo ispettore di polizia, gli chiede se qualcuno sia giunto in casa quella mattina e riceve una risposta negativa, confermando la sua ipotesi che la carrozza sia arrivata di notte con l’assassino.
Una volta che il detective entra in casa vede la scena del delitto e ciò che vede, il cadavere con ai piedi delle scarpe eleganti, conferma ancor di più il castello teorico, l’assassino è il vetturino non potendo essere la vittima né l’uno né l’altro.

In questo modo Holmes da dati slegati tra di loro e che potrebbero portare a tante ipotesi riesce a creare un’abduzione vincente. Lui parte dall’osservazione, dal rilievo e dall’accostamento di più dati eterogenei (induzione), avanza quindi un’ipotesi per spiegare o interpretare i fatti osservati, per individuare cause possibili degli eventi risultati (abduzione), esplicita analiticamente le conseguenze inerenti alle ipotesi postulate (deduzione), mette alla prova le ipotesi e le conseguenze dedotte dalle ipotesi (induzione). Così le ipotesi a mano a mano escogitate e selezionate, finiscono per formare una rete convergente verso l’individuazione dell’ipotesi fondamentale: l’identità dell’assassino.
Benchè in diverse occasioni come nel “Segno dei quattro” Holmes sostenga piccato di non tirare mai ad indovinare, nel suo modo di procedere nell’indagine si nota nella sua procedura mentale una costante selezione della migliore ipotesi, come postulava Peirce, perchè l’ipotesi migliore è quella più semplice e naturale come sapeva bene anche Guglielmo da Occam con il suo rasoio: “Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem.“ (A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire).

Del resto la massima preferita di Holmes è “Quando hai escluso l’impossibile, qualsiasi cosa resti, per quanto improbabile, dev’essere la verità.”

Per raggiungere un’ipotesi sostenibile e credibile Holmes ha bisogno di raccogliere il maggior numero di dati possibili per sottoporli ad una severa scrematura ma avendoli tutti sempre presenti perché “E’ un errore capitale teorizzare senza avere dati. Si comincia senza accorgersene ad adattare i fatti alla teoria, invece che le teorie ai fatti. (Uno scandalo in Boemia) e “La tentazione di formare teorie premature sulla base di dati insufficienti è il veleno della nostra professione. (La valle della paura)

La metodologia investigativa di Holmes risente in modo fondamentale della forma mentis del suo autore il dottor Arthur Conan Doyle che come ogni buon medico aveva un occhio particolare per i dettagli e per gli indizi nascosti nel modo di comportarsi e nel vestiario dei pazienti e i colpi di scena deduttivi sono spesso costruiti ad arte come dice lo stesso Holmes in “I pupazzi ballerini”:

“Non è molto difficile costruire una serie di inferenze, ognuna dipendente dalla precedente e ognuna in sé semplice. Se, dopo averlo fatto, si eliminano semplicemente tutte le inferenza centrali e si presenta ad un pubblico il punto iniziale e la conclusione, si può produrre un effetto strabiliante, benché sotto un certo aspetto, grossolano.” e “ogni problema diventa un gioco da ragazzi una volta spiegato”.

Semplice o no, il metodo holmesiano ha avuto un successo incredibile ed ha allevato tantissimi detective che hanno fatto dell’abduzione la loro stella polare che li guida per mano nei casi più intricati e tra cui spicca Ellery Queen, il più dotato e più intelligente di questi segugi, con il suo “enigma deduttivo formale”.

 

 

 

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