Intervista a Matteo Raimondi – Si spengono le stelle (Mondadori)

Matteo Raimondi è nato nel 1986 a Roma, dove vive con la sua famiglia. Laureato presso la facoltà di Scienze politiche, sociologia e comunicazione dell’Università La Sapienza, è studioso di letteratura, società e storia americana. Si spengono le stelle è il suo romanzo d’esordio.

un pizzico di trama…

1691. York è un’inquieta città di frontiera da poco annessa alla colonia della Massachusetts Bay, dove la legge è esercitata secondo una rigida morale puritana. Primogenita di Mary e Robert Walcott, capo della corporazione commerciale, Susannah è tormentata da un selvaggio bisogno d’indipendenza che la rende insofferente alle autorità e la porta a rifugiarsi negli antichi insegnamenti della sua vecchia nutrice indiana, Nagi, dalla quale ha imparato a scorgere in ogni cosa la profonda armonia del cosmo. Ma proprio il forte legame con la cultura dei nativi costa a Suze l’avversione dei suoi coetanei, che la accusano di essere strana, pericolosa, e per questo la schivano. Tutti tranne uno, il fragile e misterioso Angus Stone, che appare determinato a sfidare qualunque pregiudizio pur di averla. Le cose cambiano quando Robert viene inviato a Boston per presiedere il Congresso coloniale: mentre a York le stelle della ragione cominciano a spegnersi, Rob realizza di trovarsi nel mezzo di una spietata cospirazione tesa a inasprire odio e paura verso i “selvaggi”. Il conflitto tra coloni e nativi assume così il valore di uno scontro fra bene e male che coinvolgerà proprio Susannah, ignara custode di un grande segreto.

Grazie Matteo per averci dedicato il tuo tempo e aver risposto alle nostre domande sulla lettura del tuo romanzo “Si spengono le stelle”, l’intervista verte sulle cinque parole chiave che ci hai suggerito :
Libertà, Genere (letterario), Universo (fisico e metafisico), Bene/Male ,Dark romanticism

Vuoi leggere un altro punto di vista? Dal blog Chili di libri…

Scrivendo “Si spengono le stelle” immagino tu abbia provato a immedesimarti in uno dei “nativi”, nel loro spirito lib​ero da pregiudizi e paure. Tante volte mi sono chiesta, e lo chiedo anche a te, cosa si prova ad essere privati della libertà di vivere nella propria terra e delle tradizioni che fanno parte della nostra storia?

A volte mi viene da pensare che noi umani siamo stati privati all’origine dalla nostra terra nativa. Capita quando mi soffermo a contemplare le stelle, una cosa che faccio spesso. Finisco sempre per attrarre su di me una strana nostalgia, per sentirmi estraneo. Secondo Carl Sagan, astronomo, questo avviene perché siamo polvere di stelle. Sulla stessa onda c’è anche una corrente teologica, secondo la quale la nostalgia e il senso di privazione che talvolta sperimentiamo in petto davanti all’immensità dell’universo sia direttamente collegata alla privazione del “divino” in noi. Comunque la si voglia mettere è un meccanismo affascinante e facilmente sperimentabile. In questo senso non mi è stato difficile entrare nel personaggio di Susannah, incastrata in una dimensione che non sembra appartenerle del tutto. Credo che sia molto frustrante, ma che al tempo stesso rappresenti anche un’opportunità per non smettere di cercare. Nella ricerca noi siamo vivi.

Il tuo romanzo è da ascrivere a un genere letterario innovativo, copre diversi generi e questo lo rende, a mio avviso completo e appetibile a un pubblico vasto. Com’è nata l’idea di scrivere questo libro?

Più che innovativo direi rinato. Il genere “weird” sta tornando sugli scaffali delle librerie grazie ad autori molto più esperti di me. Ho cercato di seguire il loro esempio, nell’assoluta convinzione che il genere sia un abito troppo stretto per essere adatto alla letteratura, o in generale a qualunque forma creativa. Si parla tanto di crisi dell’editoria, ma se partiamo dal presupposto che la parola “Crisi” indica opportunità, allora secondo me questo è il momento di osare anche col rischio di sbagliare e farsi male. Il processo creativo parte quasi sempre da un’ispirazione, nel mio caso del tutto fortuita, che accende una lampadina. Poi bisogna avere pazienza e lasciare che quella luce agisca da sola, modellando le ombre del pensiero. In ogni caso alla fine una storia va scritta, e per scrivere una storia come questa ci vuole tanta pazienza: le idee, anche le migliori, da sole non bastano.

Essendo particolarmente attratta dalla magia dei “nativi”, dal loro essere in totale simbiosi con la natura e gli elementi, mi sono domandata spesso cosa esista “là fuori”. C’è un mondo invisibile che ci guida in questo universo fisico e che sfocia nel paranormale per alcuni. Quali sono stati e quanto tempo hai impiegato nello studio delle credenze, usi e costumi dei “nativi»?

Un romanzo del genere non può prescindere da una base solida di ricerche e studi, non solo per ciò che riguarda la cultura dei nativi americani, ma in generale per tutta l’ambientazione storica. Le ricerche sono state lunghe, a volte pure troppo, ma sono state anche un’occasione di arricchimento culturale non indifferente: oggi so molte più cose di più di ieri. Le fonti sono molte, spesso confuse: quando si è trattato di ricostruire la lingua nativa mi sono trovato a combattere con oltre trecento dialetti. Fondamentale è stato andare a visitare di persona la Nuova Inghilterra, soprattutto Plymouth, dove ancora oggi c’è un bellissimo museo vivente che ripresenta il primo insediamento coloniale di Capo Cod. La maggior parte delle fonti le ho trovate lì, soprattutto per ciò che riguarda gli usi e i costumi dei Wampanoag.

La lotta tra il bene e il male è parte integrante​ del mondo sin dalle origini, il predominio di un uomo sull’altro, la paura che porta a follie inimmaginabili. Tu, in questo romanzo, riesci a descrivere in maniera netta l’“umanità” in ogni suo aspetto, i rimorsi, i peccati più ignominiosi eppure, a volte, come nella frase che comunemente si sente favoleggiare : “abbiamo due lupi dentro di noi, e vince quello che nutri maggiormente”. Alla fine credo che tu voglia regalare un messaggio ai lettori, è così?

Questa è l’umanità. Siamo costantemente in bilico tra poli positivi e negativi, e in questo senso sentivo l’obbligo morale di descrivere personaggi che fossero credibili. Nella vita di tutti i giorni non esistono solo i paladini assoluti o i bruti assassini, anzi, per fortuna entrambe le categorie sono piuttosto rare. In generale l’uomo cammina cercando di compiere il bene, ma ha una visione parziale delle cose e sovente fatica ad uscire dal proprio orientamento. Finisce per giudicare tutto secondo le proprie categorie, tende a non fidarsi degli altri – oppure a fidarsi troppo. Questo non ci rende perfetti ma neanche condannati alle fiamme eterne. Alla fine la vita è una somma delle nostre scelte, senza drammi. Un messaggio c’è: la diversità è un valore. Viviamo in un mondo frenetico, non si può sbagliare. La dimensione social ha allargato a macchia il fenomeno del bullismo e della prevaricazione, che ora ha assunto forme e modi orribili per la loro natura subdola. La conseguenza è che tante persone di valore si ritrovano quasi a dover temere di esprimere le proprie posizioni, o a ritenerlo inutile. Ecco io credo che dovremmo prendere esempio da Susannah Walcott e smettere di avere paura della nostra diversità.

Si spengono le stelle è anche un romanzo romantico, laddove il romanticismo va ricercato non solo tra uomo e donna, dove l’amore e la passione possono assumere tinte fosche tendenti al nero, ma anche al romanticismo della natura che ci scruta e ci guarda. E’ un romanzo che potrebbe avere una punta di gotico di horror? non so se mi passi il termine e che ne pensi, a tal proposito dei classici gotici? hanno in qualche modo influito sulla tua scelta narrativa?

Durante la prima rilettura ho capito che questo romanzo aveva delle sfumature dark romantics tipicamente gotiche. Non era voluto, nel senso che in prima stesura non ci pensavo, ma leggendo mi sono accorto che poteva funzionare. E così nelle stesure successive l’ho accentuato, fino ad arricchirlo di omaggi ai classici – in particolare a Lovecraft, con una citazione esplicita a uno dei suoi racconti più belli. In generale sono un grande lettore di romanzi Gotici: da Poe a Lovecraft, passando per Stoker, Walpole, Fogazzaro. Più di recente il gotico ha assunto tonalità diverse, più affini ai nostri tempi, con la nascita (o la rinascita) del genere “New Weird”, che di fatto è proprio caratterizzato da questa mescolanza e continuo travalicamento dei confini di genere. Io mi diverto molto a farcire le mie storie di grottesco, irrazionale, misterioso. La natura è ricca di misteri, alcuni del tutto dimenticati. Certo non è facile, ma secondo me vale la pena arrischiarsi nel tentativo e tornare a tratteggiare questo tipo di scenari, a dispetto di tutto quello che viene detto voglio essere ottimista e pensare che il pubblico sia maturo abbastanza, e che uno dei problemi per cui le persone hanno smesso di leggere con la stessa intensità di prima è che i gusti del pubblico sono cambiati: agli autori il compito di intercettare questo cambiamento e creare contenuti nuovi.

Una cosa che non ti abbiamo chiesto ma che vorresti dirci.

Credo che Si spengono le stelle sia un romanzo distante solo all’apparenza da quelle che sono le nostre dimensioni spaziali e temporali. Se è vero che racconta una storia passata, è pur vero che l’umanità dal passato impara troppo poco e che le vicende di Susannah e della sua gente non siano poi così diversa dalle vicende della nostra epoca. In questo senso il romanzo ha un forte valore allegorico. Ci troviamo in un periodo storico molto delicato, per il futuro dell’umanità. C’è un grande messaggio che mi piacerebbe lanciare: torniamo a impadronirci delle nostre idee, senza timore.

Grazie a Chili di libri per questa bellissima e costruttiva esperienza che abbiamo condiviso.

Sara e Roberto

Copertina rigida: 459 pagine

Editore: Mondadori (17 aprile 2018)

Collana: Omnibus

Lingua: Italiano

ISBN-10: 8804687371

ISBN-13: 978-8804687375

Link d’acquisto: Si spengono le stelle

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