La morte nera (prima parte) – A cura di Salvatore Argiolas

Articolo a cura di Salvatore Argiolas

Ci fu nel Medioevo un momento in cui si temette che fosse arrivata la fine del mondo e non fu certo in prossimità dell’anno Mille, perché sono poche e sparute le fonti storiche che ne parlano, ma ciò accadde verso la metà del quattordicesimo secolo a causa della peste nera, chiamata anche morte nera in quanto nel punto colpito dal morso della pulce si forma una necrosi di colore blu tendente al nero.
Alcune cifre danno subito l’idea di quale tragedia si verificò in Europa in seguito al propagarsi di questo morbo. Secondo molti studiosi morì almeno un terzo degli abitanti dell’Europa occidentale e ci sono stime che parlano anche del 40%. Naturalmente non si potrà mai avere un valutazione precisa dei morti di peste ma diverse stime parlano di circa 23 milioni di decessi su un totale di 80 milioni di abitanti nell’intera Europa ipotizzati nel 1300.
Per capire meglio genesi, dinamiche e conseguenze di questa spaventosa epidemia che travolse il vecchio continente ci faremo guidare da “La peste nera e la fine del medioevo” un saggio molto interessante di Klaus Bergdolt.

La pandemia del 1300 non fu il primo caso documentato di peste nella storia europea in quanto sin dall’antichità sono state tramandate cronache di epidemie come quella raccontata da Tucidide nella sua “Guerra del Peloponneso” nota come la “Peste di Atene” che colpì la città greca nel 430 a.C. e che causò la morte anche di Pericle e della sua famiglia.
Durante il governo di Marco Aurelio l’Impero Romano fu colpito da quella che viene chiamata Peste Antonina ma che molto probabilmente fu un’epidemia di vaiolo oppure di morbillo.
Nel 541 d.C. sotto l’imperatore Giustiniano nell’Impero bizantino imperversò la peste detta giustiniana raccontata da diversi storci come Procopio di Cesarea e Gregorio di Tours. La peste giustiniana rimase endemica per circa 200 anni e non è un caso che a Roma si affermasse attorno al 680 il culto di San Sebastiano, il santo più importante dei primi secoli come protettore nei casi di peste.

Anche se non tutte le epidemie antiche sono con certezza attribuibili alla peste, sono identici i comportamenti sociali e i meccanismi mentali conseguenti al contagio. Processioni supplicatorie, caccia ai “colpevoli”, paura della morte, ma anche, paradossalmente, smania di divertimento, la decadenza dei costumi, l’imbarbarimento della vita quotidiana, la fuga dei ricchi, la disperazione degli infetti e dei moribondi come la generale rassegnazione caratterizzano la vita quotidiana durante le epidemie assieme all’abnegazione dei parenti e dei medici che sacrificano la propria vita nel tentativo di curare i malati. Accuse di inquinamento dei pozzi non mancano ad Atene come nella letteratura medioevale della peste.

La malattia è provocata dal bacillo della peste Yersinia o Pasteurella Pestis, scoperto da Alexander Yersin nel 1894 durante un’epidemia di peste a Hong Kong. L’agente patogeno si annida principalmente in piccoli roditori, soprattutto nei ratti che vengono infettati da appartenenti dalle stessa specie già infetti, attraverso il morso “la puntura”, della pulce dei ratti. Se la pulce dei ratti va a colpire il ratto delle chiaviche, la peste rimane con una certa probabilità endemica, cioè compare soltanto qua e là ad intervalli regolari, senza sviluppare una vera epidemia. Se invece la pulce infetta il ratto comune (Rattus Rattus), l’agente patogeno arriva moltiplicato nei luoghi di insediamento umano, nelle case, nei magazzini, nelle cantine ma anche nelle stive delle navi.

La trasmissione eterologa dell’agente patogeno dal ratto comune all’uomo dà dunque luogo all’infezione luogo all’epidemia che si diffonde per lo più partendo dalle città, dai porti e dai villaggi più grandi. Purtroppo anche la pulce dell’uomo (Pulex irritans) trasmette il bacillo della peste così che il crescente numero di contagiati tra la popolazione innesca un meccanismo di infezione omologa da uomo a uomo facendo crescere la mortalità in modo esponenziale.
Questa terribile malattia impattò su un mondo medievale in crisi per molteplici motivi. Per creare un quadro storico del periodo in questione può essere utile richiamare alla mente il romanzo di Umberto Eco “Il nome della rosa” che è ambientato nel 1327, soltanto venti anni prima che il morbo cominci a fare vittime in Europa occidentale.

La crisi politica, con lo scontro tra Papato e Impero, la crisi religiosa, con la cosiddetta “Cattività avignonese, la crisi economica, con la “rivoluzione commerciale” che diede luogo a profondi sconvolgimenti sociali, e la crisi climatica, con freddi intensi e precipitazioni abbondantissime, si sommarono indebolendo la tenuta economica e sociale europea già messa a dura a prova dalla guerra tra inglesi e francesi, poi chiamata dei Cent’anni, che scoppiò nel 1337.
Freddi improvvisi, tempeste di grandine e temporali erano stati la causa di molti cattivi raccolti che non mancarono di di produrre effetti nefasti. Con poche, sobrie parole un cronista fiorentino informa:

Anno 1344. In Firenze fu grande caro di vittuvaglia, per tanto che molta gente morì di fame in città, e in contado.

Nella prima parte del secolo, già nel 1315 e nel 1317 anche l’Inghilterra conobbe numerose carestie. Il prezzo dei cereali era in continua ascesa in seguito al cattivo tempo che in tutta Europa aveva causato la distruzione dei raccolti. I freddi improvvisi impedirono inoltre l’estrazione del sale che a quel tempo avveniva principalmente attraverso l’evaporazione dell’acqua marina. La conseguenza non fu solo la carenza di sale per la preparazione dei cibi ma anche la difficoltà di conservare la carne. La mancanza di proteine, dovuta a un’alimentazione non diversificata con conseguente indebolimento del sistema immunitario favorì in molti casi l’infezione. In Inghilterra la fame era così diffusa che venivano mangiati anche gli animali domestici e si è parlato addirittura di casi di cannibalismo.
Dal punto di vista economico era in atto una recessione dovuta alla crescita della popolazione in seguito al “boom” produttivo dovuto alla rivoluzione agricola nei secoli dopo il Mille.

L’espansione del XII-XIII secolo si accompagnò qua e là a novità nelle tecniche di coltivazione ma nell’insieme si verificò, semmai una riduzione ulteriore della produttività quando l’allargamento dei coltivi diventò eccessivo, dietro la spinta demografica, spingendosi fino ai terreni marginali meno adatti alle colture e provocando un abbassamento degli indici di resa.
In quelle condizioni il sistema produttivo non poteva reggere a lungo. Sintomi di grave malessere si avvertirono già nella seconda metà del XIII secolo; nei primi decenni del XIV ci fu la crisi, una tremenda crisi economica e demografica di portata generale con raffiche di carestie che falcidiarono la popolazione europea.

La peste arrivò in Europa a causa di quello che fu forse il primo caso di guerra batteriologica documentato. Nel 1346 la città di Caffa (ora Feodosia in Crimea), grande centro commerciale genovese, punto d’incontro di commercianti italiani, tartari russi e asiatici fu assediata dai tartari.
Gabriele de Mussis, giovane notaio piacentino che dal 1346 viveva a Caffa ma che in seguito riuscì a fuggire in Italia, racconta nel suo resoconto “Morbo sive Mortalitate quae fuit Anno Dni MCCCXLVIII” come nel giro di poche settimane fosse scoppiato l’inferno:

In questo momento l’epidemia colpì i tartari. L’intero loro esercito fu colto dal panico e ogni giorno erano in migliaia a morire. Agli accerchiati sembrò come se dal cielo fossero scagliati dardi di vendetta che tenessero a freno la spavalderia dei nemici. Dopo poco tempo questi mostrarono nei loro corpi proprio i sintomi caratteristici, vale a dire umori raggrumati alle giunture e agli inguini. Quando a tutto ciò faceva seguito la febbre della putrefazione morivano e i medici non erano in grado di offrire né consiglio né aiuto. Quando i tartari, indeboliti dalla battaglia e dalla peste, sgomenti e completamente allibiti dovettero prendere atto che il loro numero si faceva sempre più esiguo e riconobbero di essere in balia della morte senza speranza alcuna di salvezza, legarono i cadaveri su catapulte e li lanciarono così all’interno della città di Caffa perché tutti morissero di quella peste insopportabile. Si vedeva come i cadaveri che essi avevano lanciato si ammucchiavano gli uni sugli altri fino a formare delle montagne. I cristiani non poetavano né portarli via né fuggire davanti a loro.

Chi tentò di fuggire dall’assedio portò con se anche la peste trasmettendone ovunque il veleno e in breve tempo, come racconta il De Mussis il morbo raggiunse la Persia, la Georgia, la Mesopotamia, l’Egitto, la Grecia e la regione dei saraceni. In breve tempo il commercio nel Levante subì un tracollo.
Da Caffa, la peste raggiunse l’Italia sulle navi di commercianti contagiati e in breve tempo si espanse a macchia d’olio partendo dalla Sicilia che fu la prima regione dell’Europa occidentale ad essere colpita.

Il francescano Michele da Pezza racconta i drammatici avvenimenti nella sua opera ”Historia Siculorum”:

Successe dunque che, si era nell’anno del Signore 1347, circa all’inizio del mese di ottobre, dodici galee genovesi fuggirono dalla vendetta divina che il Signore fece scendere su di loro e raggiunsero il porto di Messina. Essi portarono con sé una così grave forma di peste che chiunque avesse parlato con un membro dell’equipaggio fu vittima della malattia mortale e non poté più sottrarsi in nessun modo alla morte…

 

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