La morte nera (terza parte) – a cura di Salvatore Argiolas

Continua il nostro excursus negli anni della Peste, la Morte nera. Salvatore Argiolas, in questo terzo articolo, ci racconta quella di metà 1300, verso la fine del Medioevo.

Se avete perso i primi due articoli, ecco i link di seguito:

La morte nera (prima parte) 

La morte nera (seconda parte)

A cura di Salvatore Argiolas

Nel giro di poche settimane, all’inizio dell’anno del signore 1348 la peste imperversò senza freni dappertutto e se nelle città i morti furono numerosissimi nelle campagne furono ancora superiori perché circa l’80% della popolazione europea viveva al di fuori delle città, che erano per lo più molto piccole.
I racconti dei cronisti si riferiscono principalmente alle grandi città ma nelle campagne oltre alla grande moria di persone ci fu anche un enorme spopolamento che causò l’abbandono di tantissimi villaggi, paesini, borghi e minimi insediamenti abitativi.
Lo storico John Day stima che in Sardegna all’alba del Trecento ci fossero circa 800 villaggi mentre nel 1485, in occasione della prima convocazione del parlamento sardo si contarono soltanto 352 centri rurali.
Lo spopolamento delle campagne fu causa non soltanto del mancato approvvigionamento delle città ma oltre a spingere i villici nei maggiori centri urbani, aggravando la crisi alimentare e il rischio di contagio, provocò anche l’impoverimento del suolo, non più concimato con stallatico naturale e il rapido inselvatichimento di arboreti e coltivi.
In un mondo che aveva come punto di riferimento religioso e mentale le Sacre Scritture, una così alta falcidia di persone così inaspettata e improvvisa (il cronista fiorentino Giovanni Villani morì così repentinamente da lasciare una frase a metà “ e durò questa pistolenza fino a..”) non si poteva non cercare un causa escatologica a tanti lutti.
Fu facile associare alla peste alla sesta tromba dell’Apocalisse di San Giovanni, testo che permeava la mentalità medievale, che preannunciava la distruzione della terza parte dell’umanità.
Naturalmente una così stretta corrispondenza tra testo biblico e le conseguenze dell’epidemia fece credere a tantissimi che la fine del mondo fosse imminente e la morte di tante persone illustri, nobili, vescovi, artisti e potenti uomini politici confermò la credenza che Dio fosse ostile all’umanità.

Anche tra il clero ci fu una decimazione impressionante che oltre a causare un vuoto nei ranghi degli ordini monastici rafforzò il pensiero che ci fosse un disegno divino dietro la pandemia e il Papa lo ammise in una bolla del 1348, parlando “della pestilenza con la quale Dio sta affliggendo i cristiani”.
L’estrema virulenza del morbo destabilizzò rapidamente i tre ordini che secondo il vescovo Adalberone di Laon costituivano la società medioevale e cioè Oratores, cioè coloro che pregano e che fanno da tramite con la divinità, i Bellatores, cioè i guerrieri ma anche i nobili e chi si occupa di gestire e difendere città e territori e Laboratores, i laboratori, la categoria più umile ma che con la sua fatica sfama le altre due.
La peste spazza ogni casta e azzera quella che oggi viene chiamata “classe dirigente” sia con la morte immediata, sia perché tantissimi fuggono lontani dal contagio risultando essere questo l’unico rimedio efficace.

La morte nera fu anche una delle cause, di diverse rivolte contadine, la più cruenta delle quali, la famosa “Jacquerie” scoppiò in Francia nel 1358.
Il nome Jacquerie deriva da Jacques Bonhomme, dispregiativo rivolto dai nobili ai rustici e che diede anche il nome al vestito corto usato dai contadini durante le rivolte “jacque” da cui deriva il termine italiano giacca.
La Jacquerie del 1358 durò soltanto 12 giorni ma fu estremamente sanguinosa e fu seguita da una repressione aristocratica altrettanto selvaggia, tanto che le cronache parlano, forse esagerando, di 20 mila contadini uccisi.
Tra le cause scatenanti i disordini oltre ai disastri apportati dalla peste, si parla dei costi insostenibili della guerra dei Cent’anni aggravate anche dal riscatto de pagare per liberare il re Giovanni il Buono prigioniero degli inglesi e l’enorme pressione fiscali imposta dalle classi più alte.
Il bersaglio principale sembrò essere però, non il nobile in quanto tale, bensì la sua incapacità di svolgere uno dei compiti fondamentali connessi al suo rango: quello di combattere con successo per difendere i “laboratores”.

Per avere una completa comprensione del fenomeno bisogna pensare che l’epidemia non si esaurì nel periodo più tragico, quello che va dal 1348 al 1350 ma si susseguì ad ondate tanto che Eleonora, la giudicessa d’Arborea morì di peste nel 1404.
La paura della morte, la mancanza di cure, la perdita di ogni speranza per il futuro, l’assenza di guide spirituali e materiali causarono spinte centripete che portarono a due fenomeni nati separatamente ma che si influenzarono a vicenda, i flagellanti e la persecuzione degli ebrei.
Quello dei flagellanti non era un movimento nuovo ma crebbe rapidamente in seguito ai primi focolai di peste. Partendo dall’Ungheria e dall’Austria, i flagellanti percorsero ampie zone del territorio dell’Impero, della Polonia, dei Paesi Bassi, della Svizzera e della Francia. La prima comparsa certa sia ha in Stiria nel settembre del 1348. Ancora in modo vago gli Annali di Melk raccontavano che “la moda di questa flagellazione continuò dalla festa di San Michele sino a Pasqua”.
Nella Stiria le prime processioni furono accompagnate da violenti temporali che distrussero il raccolto di uve e cereali. Ben presto furono considerati come forieri di morte, presenze ammonitrici che preannunciavano lo sfacelo.
Passavano a centinaia per villaggi e città, vestiti di stracci, con monotoni canti che avevano l’effetto di scuotere le persone.
L’estasi, la pazzia, l’umiltà ma anche il dolore e le ecchimosi provocati dai flagelli caratterizzavano il loro aspetto.

Col tempo al movimento dei flagellanti vennero associati disordini, discordia, crimini e omicidio. Alcuni li consideravano anche responsabili della diffusione della peste, che non di rado li seguiva a distanza ravvicinata.
Si era inoltre osservato che una più ampia partecipazione del popolo agli atti di penitenza non dava affatto maggiore sicurezza di allontanare l’epidemia.
I penitenti furono anche accusati di aver aizzato il popolo e di essere stati la causa o addirittura i diretti responsabili degli omicidi degli ebrei.
Il cronista Caspar Camentz nella sua cronaca di Francoforte descrive il loro arrivo nella città imperiale:

Nell’anno 1349 quando la setta dei flagellanti attraversò a schiere la nostra Germania, città e villaggi, un gran numero di loro arrivò anche a Francoforte.
Quando videro che qui gli ebrei abitavano nei quartieri migliori erano, non oso dire se a ragione, così arrabbiati che volevano vendicare l’umiliazione di Nostro Signore, impugnare le armi e combattere. In seguitò al tumulto che si generò gli ebrei vennero trucidati.

Anche se come causa della peste si indicava la punizione divina, la gente disperata continuava a cercare un capro espiatorio contro cui esprimere quell’ostilità che non poteva sfogare contro Dio e l’ebreo, eterno forestiero, rappresentava il bersaglio più scontato. Dato che vivevano in gruppi a parte e in strade e quartieri distinti erano facili da identificare.
Gli ebrei conservavano un posto nella società perché quali prestatori di denaro espletavano un ruolo essenziale, dato il continuo bisogno di fondi dei re.
Poiché le gilde li escludevano dalle arti e mestieri e dalle attività commerciali, erano stati confinati al piccolo commercio e all’usura sebbene in teoria non potessero trattare con i cristiani.
Nella crisi causata dalla peste non ci volle molto ad attribuire alla perfidia ebraica l’avvelenamento dei pozzi d’acqua. Nel 1348 Clemente VI emanò una bolla nella quale proibiva di uccidere gli ebrei, di saccheggiarne le proprietà. Di conevrtirli con la forza senza processo e ciò servi ad arrestare la violenza ad Avignone e nello Stato Pontificio ma nel nord la bolla restò ignorata e si scatenò il massacro.
A Magonza, dove viveva la più vasta comunità ebraica d’Europa, le vittime decisero alla fine di difendersi. Con le armi che avevano predisposto uccisero duecento assatanati, un atto che servì esclusivamente a far calare su di loro un furibondo attacco dei cittadini che volevano vendicare la morte dei cristiani. Gli ebrei seguitarono a combattere finché vennero sopraffatti; allora si ritirarono nelle loro case e qui si diedero fuoco. Secondo alcune fonti il 24 agosto del 1349 a Magonza morirono seimila ebrei.
Gli ultimi pogrom antiebraici ebbero luogo ad Anversa e a Bruxelles, dove, nel dicembre del 1349, l’intera comunità ebraica fu sterminata. Quando la peste cessò di infierire, in Germania e nei Paesi Bassi non rimanevano che pochi ebrei.

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