Storia della scrittura – Le pecie, i primi libri universitari

Ed eccoci giunti all’ottava puntata della storia del libro e della scrittura, curata dalla nostra fantastica Paola Milli! Grazie Paola per il tuo prezioso contributo e buona lettura a tutti voi!

 

Nel medioevo i libri manoscritti erano copiati e ricopiati dagli amanuensi che spesso erano monaci operanti negli scriptoria dei monasteri. Questo, tuttavia, non era l’unico modo di diffusione dei testi scritti che a partire dal Duecento ebbero un grande incremento numerico dovuto alla nascita delle Università.

Le nuove istituzioni universitarie richiesero una grande produzione di manoscritti di opere classiche, letterarie, filosofiche, scientifiche e un’ampia produzione di copie di appunti di lezioni dei docenti ad uso dei discenti.

Fu inventato perciò un sistema che si può definire “a catena” per la produzione di libri basato sulle pecie”.

La pecia (da petia, pezza) era in origine  il foglio di pergamena che, ripiegato, formava il fascicolo del manoscritto.

Il termine era collegato all’attività conciaria e definiva il pezzo più grande ottenibile da una pelle preparata per la scrittura, una volta eliminate le parti inutilizzabili.

Nell’industria del libro medievale la pecia rappresentava l’unità di misura redazionale per eseguire il lavoro di copiatura. Furono stabilite per essa regole che imponevano la strutturazione omologata dello specchio di scrittura con suddivisione del testo su due colonne e con spazi destinati ad accogliere glosse o aggiunte.

La diffusione delle pecie si basava su un sistema strutturato e controllato dalle Università i cui Statuti ne fissarono in modo normativo la metodologia e le fasi di produzione.

L’Università garantiva, attraverso una commissione interna di petiarii regolata da norme statuarie, la correttezza del testo da mettere in circolazione.

Il testo originale, detto apografo, veniva affidato agli exemplatores, che potevano essere stationarii (titolari di botteghe) o semplici copisti di fiducia dello Studium, per la trascrizione di un antigrafo che rispettasse le regole redazionali della suddivisione in pecie.

Gli errori, tuttavia, erano frequenti: alcune parole potevano essere omesse o ripetute oppure un passaggio poteva non essere stato compreso correttamente perciò era compito dei petiarii dell’Università correggere i testi in modo ufficiale.

I testi corretti erano poi depositati per dare origine alle copie destinate agli studenti.

Lo stationarius era quindi colui che avviava il processo editoriale, investiva denaro nell’exemplar corretto e autorizzato al commercio, ne gestiva il deposito e il prestito. I suoi guadagni erano garantiti dall’affitto a più persone dello stesso exemplar da copiare.

Da lui dipendevano i copisti incaricati pro pretio, ossia a pagamento, per la copiatura che veniva eseguita dividendo il testo in pecie.

La riproduzione di libri per exemplar e pecia smembrava il manoscritto, precedentemente considerato solo nella sua interezza testuale, in parti più piccole dove il fascicolo diventava la nuova unità di misura. Fu un’intuizione che, velocizzando ed aumentando la riproduzione basandosi sul principio di scomposizione, avrebbe fornito le basi per la stampa a caratteri mobili.

Paola Milli

 

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