L’intervista di TSD – Dario Pozzi

Buongiorno Dario, grazie per aver accettato di rimanere un po’ con noi e per il tempo che ci hai dedicato rispondendo alle nostre domande.

Prima di iniziare con l’intervista, vorremmo conoscerti meglio…

Dario Pozzi è nato a Milano il 15 luglio del 1972, nell’amore di una famiglia meravigliosa.
Dopo gli studi umanistici in varie università italiane e, dopo i successi come pittore, lavora per un lungo periodo come dipendente c/o una azienda della grande distribuzione: un tempo che lui stesso definisce come gli anni perduti, per poi ritornare alla sua primigenia passione in seguito ad un drammatico lutto familiare.
La vita è troppo breve per non fare ciò che ci rende felici.
Oggi, come filosofo ed esperto di storia, offre i propri servizi come consulente storico ed editor.

 

 

Parlaci un po’ di te, delle tue letture, dei tuoi generi preferiti. Ogni scrittore è anche un lettore, cos’è per te leggere? E, se possiamo permetterci questa piccola invadenza, chi ti ha trasmesso l’amore per i libri?
Ben contento dell’invadenza, pensate che la mia passione per i libri nasce da una antologia degli anni ’70 su Shakespeare. Avevo solo sette anni e da ben poco sapevo leggere, ma osservare quella sconclusionata accozzaglia di lettere che formavano il nome del più grande drammaturgo di tutti i tempi, mi attraeva. Così, lo presi in mano, i miei genitori hanno sempre avuto una passione per i libri e non me ne hanno mai proibito l’accesso, e nella mia piccola testa hanno cominciato a formarsi le fantasie relative ai personaggi dei quali leggevo.
Ancora oggi ho una sfrenata passione per la drammaturgia ed il teatro e, di tanto in tanto, mi ritrovo a rileggere delle parti di alcune opere che amo in maniera particolare, ma il responsabile del mio amore per la lettura è stato principalmente mio nonno. Ero infatti ancora un ranocchio, quando me ne stavo a cavalcioni sulla sua pancia e mi raccontava delle storie infinite, un po’ leggendole, un po’ improvvisando e costruendo intere parti con la sua fantasia.
Quando passi i primi anni della tua esistenza a ascoltare di come Bertoldo, Marcolfa, Cacasenno e gli altri personaggi della tradizione popolare ne combinavano una dietro l’altra, in un contesto indefinito, tra medioevo e l’epoca contadina e rurale appena trascorsa, costruire storie diviene una cosa normalissima, tanto quanto respirare o mangiare.
Leggevo tutto ciò che mi capitasse in mano, l’importante era che suscitasse in me qualche curiosità, divenne per me importante da sacrificare persino intere notti. Del resto, avendo sempre sofferto d’insonnia, (chi scrisse, o cantò, “Dormirò quando sarò morto”?) avevo la necessità di riempire le lunghe ore notturne, allora perché non farlo vivendo di emozioni, spesso dei misteri che trovavo nei libri?
Confesso di essere sempre stato un lettore compulsivo di letteratura di ogni tipo, dai classici italiani, alla letteratura straniera. Dal romanzo gotico, all’erotico, passando spesso dal romanzo storico e dalla saggistica, ma sul mio cammino ho incontrato anche la poesia, diventando un vero onnivoro, da Neruda alla “Scapigliatura” di Praga. Di tanto in tanto tornava sempre qualche opera di Shakespeare, come non usarlo come una sorta di bussola per scegliere la direzione da prendere nelle letture? Approfondendo poi le storie e le leggende sui personaggi fatti vivere dalle sue opere. Nacque così una passione smodata per la storia, non quella fatta di date e semplici eventi, ma quella alla quale dare la coerenza dei fatti, valutati in funzione delle cause e degli effetti.

La storia, in generale, cosa rappresenta per te?
Ho una visione un po’ particolare della storia, parto guardandomi attorno e andando a ritroso, perché credo nel suo ruolo fondamentale nella comprensione del mondo che ci circonda e nel quale viviamo. Come possiamo valutare la politica, lo sviluppo e l’uomo di oggi, senza conoscere la storia e i suoi perché? Possediamo inoltre un grandissimo vantaggio rispetto all’uomo del passato, possediamo la psicologia, che per uno storico deve tradursi come la capacità di osservare il passato attraverso il punto di vista dell’uomo di quelle stesse epoche, imparandone gli usi ed i costumi, cercando di entrare in contatto con quel suo stesso mondo e le sue regole.
La storia è la mappa sulla quale tracciare la rotta di sé stessi e della civiltà.

Il libro che avresti voluto scrivere tu, e perchè?
Tantissimi, prime tra tutte le opere di Bernard Cornwell o di Matilde Asensi, ma non potrei mai non citare Follett, così come non disdegnerei nemmeno la produzione della Rice; eppure nessuno di loro credo abbia mai raggiunto la perfezione delle opere di Shakespeare.
Vedete, è un amore che torna, che credo abbia parecchio influenzato il mio modo di scrivere, soprattutto nei dialoghi e nella ricerca della profondità dei personaggi. Immagino che prima o poi questo amore mi condurrà a scrivere un romanzo sul più grande drammaturgo, proponendolo dal punto di vista delle nuove ricerche sulla sua identità.
Shakespeare italiano? Così parrebbe.

C’è un luogo in cui ami maggiormente scrivere? Un posto che ti ispira di più o un momento della giornata in cui i tuoi pensieri si tramutano in storie per i lettori?
Il mio problema, o forse il mio vantaggio è che sono un insonne, da sempre. Questa condizione ormai cronica, forse una semplice predisposizione del mio organismo, mi ha permesso e mi permette di dormire non più di tre/quattro ore al giorno, ovviamente condizionando la mia vita, (come già vi ho raccontato prima) così ho un tesoretto di ore in più a disposizione, ma a dire il vero, avrei bisogno di una giornata di quarantotto ore per riuscire a fare tutto. Alla fine mi ritrovo a scrivere di notte, durante il giorno sono costretto a dedicarmi ad altre attività lavorative, diciamo un po’ più “sociali”.
Il luogo dello scrivere è sempre lo stesso, ho il mio studio, la tastiera del mio Mac appoggiata su un tavolo fratino antico di qualche secolo, una poltrona comoda ed il verde degli alberi fuori dalla finestra. Il fumo della mia sigaretta elettronica avvolge tutto in grandi nuvole che si depositano lente sui contorni di me stesso che vedo riflesso nello schermo del monitor. Di tanto in tanto qualche volatile attrae la mia attenzione, spesso dei piccoli rapaci, vivo a confine con un fitto bosco, e la brughiera lombarda attraverso i suoi colori e le stagioni, necessariamente influenza i miei stati d’animo.
Qui raccolgo le idee che, come falene impazzite hanno sbattuto le ali nella mia testa per tutto il giorno, aspettano la notte per tramutarsi in parole.
Confesso di trarre ispirazione da tutto, perché chi scrive ha l’obbligo di osservare la realtà che lo circonda, senza tralasciare nulla, scrutando le persone con il loro modo di muoversi e parlare, smarrendosi in una pozzanghera, ascoltando la vita stessa scorrermi attorno, avvolgendomi.
Ho nel “cassetto” così tanti appunti e così tanto materiale per dei romanzi, che non mi basterebbe una vita per scriverli tutti, ma spesso ricevo delle richieste da altri autori che si trovano in una impasse, un vicolo cieco, allora tiro fuori dal mio cilindro magico una soluzione e da lì riprendono vita le loro storie.

Dario, la famiglia Borgia è sicuramente da te molto amata, per quale motivo?
L’amore per i Borgia è nato come conseguenza per l’amore smodato per la figura di Cesare, ci lega una vecchia storia familiare, un segreto che viene trasmesso da secoli, ma non di padre in figlio, ma attraverso una certa attitudine. Un accenno, scusate, ben più di un accenno a ciò lo troverete nel mio romanzo.
Comunque, penetrare sempre di più nella conoscenza della storia della famiglia Borgia, valutandone le fonti, fino allo sforzo estremo di scartare tutto ciò che è stato mito, falsità o pura diffamazione, da ciò che è realmente accaduto, mi ha permesso di vedere l’enormità degli aspetti sconosciuti ai più, ribaltandone in alcuni casi le stesse figure. Si è comunque trattato di un lavoro mastodontico, che ha assorbito più di tre anni della mia vita, ma credo comunque che ne sia valsa la pena, perché mi ha permesso di avvicinarmi alla vera essenza dell’uomo del Rinascimento. Cesare Borgia è l’emblema stesso dell’uomo rinascimentale. Basta conoscerlo.

Credi che sia stata negli anni un po’ bistrattata? Diciamo che forse non sono stati proprio dei santi e galanti, ma è anche vero che a quel tempo gli intrighi per il potere erano all’ordine del giorno, che ne pensi a tal proposito?
Sostenere che i Borgia siano stati bistrattati è, diciamo, un eufemismo. Credo che in ben pochi casi una intera stirpe sia stata presa di mira dai detrattori dell’epoca e da quelli successivi. Ammettiamolo, sono stati una vera e propria spina nel fianco della nobiltà rinascimentale.
Come detto prima, erano uomini e donne del loro tempo, ma avevano la colpa di non appartenere alle importanti famiglie storiche italiane. Ci sono stati loro contemporanei che si sono macchiati di ben più gravi delitti, ma avevano la scusante di essere italiani da sempre.
Per poter scrivere il mio romanzo ho dovuto sviscerare la leggenda e le illazioni del tempo, dalla realtà dei fatti. Non è stato facile, ma ho seguito un modus operandi tipico di alcuni ricercatori, applicando il principio di causa ed effetto e seguendo il filo della psicologia e della logica, rapportata all’epoca ed alle sue interazioni sociali. Ho dovuto guardare l’epoca con occhi diversi, scegliere con attenzione le fonti, escludendo quelle non autorevoli, soprattutto penetrare anche nelle false notizie e comprenderne le motivazioni, ma è stato divertente.
Alla fine sono fuoriusciti un insieme di misteri che sono divenuti la costolatura che regge la volta dell’intero romanzo.
Pensate alla stessa Lucrezia Borgia ed al suo ruolo di mecenate ricoperto alla corte di Ferrara. Lucrezia, da pedina nelle mani del padre, che si è comunque preoccupato di garantirle un futuro all’interno di una delle più potenti famiglie italiane, la casa d’Este, alla donna che ha cambiato l’Italia, il mondo e le arti, ma che la tradizione popolare ricorda come una specie di ninfomane assassina, niente di più lontano dalla realtà.
Cesare viene ricordato come una specie di demone lussurioso, mai come un uomo completo e dalle doti straordinarie, un uomo di cultura capace di affascinare i propri contemporanei, sia per la propria prestanza fisica che per le doti intellettive, capace di intrighi, ma anche di grandissimi atti di coraggio, di benevolenza e con già una concezione di benevolenza per il popolo agli altri quasi sconosciuto.
Con molta probabilità, il più grande condottiero dell’epoca, ben più grande anche di altri a venire.

Parlaci di questo tuo romanzo “Io, Cesare Borgia”. Perché hai pensato di dedicarlo proprio a lui, il principe? E quanta ricerca storica c’è, in termini di tempo, dietro alla stesura del tuo romanzo?
Cesare Borgia è un bastardo. Nel vero senso del termine, un prodotto illegittimo dei lombi di suo padre Rodrigo Borgia, ma il vero problema è che a differenza di altri suoi predecessori privi di doti personali, come ad esempio Franceschetto Cybo, il figlio del precedente papa Innocenzo VIII, Cesare è un lampo a ciel sereno. È un arrivista che sgomita per trovare un proprio ruolo, impara l’arte della politica, della guerra, la filosofia così come la poesia, ma resta un uomo d’azione. SI batte nell’arena contro i tori, avendo appreso da grandi maestri l’arte del toreare, compete con gli altri nobili dell’epoca che spesso soccombono sotto la sua indomita volontà. I suoi contemporanei ne rimangono affascinati, i mediocri lo invidiano e ne disprezzano il desiderio di elevarsi al di sopra di tutti loro, grazie ad una tenace necessità di prevalere. Cesare è l’esempio e l’emblema del “nuovo uomo”, non più il rozzo nobile medioevale, represso dalla religione e da forti condizionamenti sociali.
L’uomo rinascimentale sorge dalla propria condizione e si innalza, spostando gli occhi dalla melma del Medioevo, su, verso un nuovo modo di guardare sé stesso e Dio.
Detto ciò, come non rimanere affascinati dalla sua figura, nonostante la leggenda nera che avvolge lui e la sua famiglia?
Machiavelli lo prende come emblema del “Principe Ideale” del suo tempo, Leonardo da Vinci che accetta di essere il suo ingegnere militare, lo ritrae rappresentandolo attraverso quello che sembra essere uno sguardo confidente. Cesare compra le opere di grandi artisti dell’epoca, diverrà suo anche il leggendario “Cupido Dormiente” di Michelangelo Buonarroti. Le famiglie aristocratiche lo temono, il popolo lo ama, Re Luigi di Francia lo pone al proprio fianco, crea per lui un ducato, chiamandolo col suo soprannome, Il Valentinois. Le donne impazziscono per lui, gli uomini lo invidiano.
Conoscere bene il Valentino ha portato via mesi e mesi della mia vita, e così tante ore di sonno da non poter essere più contate, investite in buona parte anche per conoscere gli usi ed i costumi del Rinascimento. Purtroppo noi italiani non siamo i più grandi estimatori del periodo, tanto che ho dovuto attingere alle ricerche di autori stranieri, più obiettivi e spesso meno propensi ad assumere una posizione parziale. La famiglia Borgia è quasi più amata e conosciuta all’estero che non in Italia.

Pensi che avere un padre come Rodrigo Borgia, Alessandro VI, abbia influito sulle ambizioni politiche del Valentino?
Papa Alessandro VI deve aver necessariamente giocato un ruolo fondamentale nelle ambizioni di Cesare, è lo stesso Valentino a manifestarlo con le proprie azioni, ma ammetto si tratti comunque di una propensione già presente in lui fin da fanciullo. Non credo si possa negare il ruolo di sua madre Vannozza Cattanei, definita da molti una “cortigiana”, ma nulla di più falso si potrebbe affermare. Vannozza era una borghese, una donna pratica ed operosa, concreta ed abituata al lavoro. Cesare, a differenza degli altri fratelli, è cresciuto per buona parte con sua madre, assaporando gli odori di quella Roma vivace e licenziosa, cresce sul ciglio della strada, un piede nelle taverne tra puttane e vino, un piede in strada, tra ragazzi romani e spagnoli dell’entourage iberica dell’allora cardinale Rodrigo. Scazzotta, corre e si diverte, bighellonando tra le rovine della Roma imperiale.
È palese che tra le intenzioni del padre, vi era quella di creare nella Chiesa una vera e propria dinastia regnante, trasmettendo così la Tiara di Pietro al figlio, ma gli eventi prenderanno una direzione diversa, trasportando Cesare in una nuova dimensione laica, e mettendolo nelle condizioni di conquistarsi il suo regno. La sua ambizione non ha limiti. Se suo padre non fosse morto prematuramente per il progetto del Valentino, forse avremmo assistito ad una vera e propria unificazione dell’Italia quattrocento anni prima di quando non sia avvenuta.

Cosa vorresti dire ai tuoi lettori per invogliarli nella lettura di “Io, Cesare Borgia”?
Non si tratta del solito romanzo storico, ma un nuovo genere di thriller storico, dove i misteri svelati sono sempre stati sotto i nostri occhi, ma siamo stati bombardati da così tante informazioni tendenziose, da non averli mai notati. È un’opera che cambierà il modo del lettore di vedere il Rinascimento, la famiglia Borgia ed i grandi artisti di quel tempo, da Michelangelo a Leonardo da Vinci, cogliendo i particolari di grandi figure, come i re di Francia, Carlo VIII e Luigi XII, rappresentati per quei mediocri personaggi che sono stati.
Un intero capitolo è stato dedicato a Lorenzo de Medici, Il Magnifico, perché non credo si possa scrivere del Rinascimento senza necessariamente parlarne, soprattutto perché esistevano rapporti specifici tra i Medici e i Borgia, più intimi di quanto sia stato sempre volutamente nascosto.
La storia è scritta dai vincitori, i Borgia hanno infine perso, così i loro detrattori hanno potuto infangare la loro memoria, ma oggi abbiamo la possibilità di ascoltare una voce fuori dal coro, la mia, che grida attraverso le pagine di “Io, Cesare Borgia”.

Grazie per la tua disponibilità! A presto ancora su TSD!

Roberto e Sara

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