L’intervista di TSD – Fabio Cosio

Il blog TSD è molto felice di ospitare nel suo salottino virtuale Fabio Cosio per questa intervista! Un autore che con i suoi articoli (che potete trovare qui) di accompagnamento alla serie tv  “Il nome della rosa”  – andato in onda di recente sulla rete RAI –  ci ha incuriosito molto.
Con due libri storici all’attivo, di cui ci parlerà di seguito, non potevamo farcelo sfuggire.
Ma prima di farlo accomodare sul divano e ai microfoni di TSD, vediamo chi è Fabio Cosio.

Fabio Cosio è nato a Venaria Reale (TO) nel 1976.
Diplomato grafico, lavora da più di un ventennio nel settore della comunicazione visiva.
Appassionato di libri, musica e della sua moto, è autore di due romanzi storici incentrati sulla figura di fra Dolcino da Novara: Penitenziagite- Genesi (2016) e Penitenziagite – Atti degli apostoli (2018).
Ha inoltre scritto un romanzo fantasy dal titolo Macchia (2018)

Ciao Fabio, grazie mille per aver accettato questa intervista sul blog TSD.
Ciao Roberto, grazie a te e a tutto il gruppo TSD per questa opportunità.

Partiamo subito con le domande. I tuoi libri sono pubblicati in maniera indipendente, una libera scelta? E se sì, dettata da cosa?
Fondamentalmente, la casualità. Scrivo da che ho memoria, ma l’ho sempre fatto per me o per pochi amici selezionati.
Nei cassetti ho romanzi e racconti scritti in vario modo: a mano sui quaderni, su fogli stampati ma di cui ho perduto i file… A volte ne ritrovo qualcuno da qualche parte di cui nemmeno ricordavo. Tanti sono incompleti, altri mi girano per la testa da anni ma non sono ancora giunti a maturazione.Quando ho iniziato a scrivere Penitenziagite pensavo a un racconto. La ricerca storica mi ha poi portato ad ampliare il tiro ma, a un certo punto, mi sono reso conto che la mia scaletta richiedeva almeno mille pagine. Stavo per arrendermi quando mi è stato suggerito di dividerlo in più volumi. Quando sono arrivato alla parola fine del primo libro ho pensato che poteva essere una buona idea regalarlo a parenti e amici più stretti per Natale così, invece di andare in una tipografia, mi sono rivolto a una piattaforma di self publishing per poter stampare le venti copie che mi servivano. Non ho nemmeno fatto la copia eBook.
Quando mi sono trovato per le mani il cartaceo ho scoperto che il prodotto era qualitativamente superiore a quanto mi aspettassi; il processo di creazione non era stato così complicato e nel giro di poco avrei potuto mettermi sul mercato e confrontarmi con il giudizio di estranei, sicuramente più obbiettivo di quello dei parenti. E poiché le sfide mi sono sempre piaciute…
Il riscontro è stato positivo, così ho continuato, anche se non nego che mi piacerebbe fare il salto di qualità e trovare un editore, confrontarmi con esperti del settore e ricevere suggerimenti e aiuti che, nel self, non esistono.

Si dice che uno scrittore debba essere innanzitutto un lettore. Tu che lettore sei?
Mi verrebbe da rispondere alla tua domanda con un’altra domanda, marzulliana direi: “lettori si nasce o si diventa?”
Quando ero bambino mia madre ha sempre favorito la lettura. Conservo ancora i libri che mi regalava: Cuore, I ragazzi della via Pal, Jerry delle isole. Però la svolta è arrivata a dodici anni. Si festeggiava il quarantesimo anniversario di Tex Willer e tutti parlavano di questo fumetto. Uno zio aveva la collezione completa a partire dal numero 1 e me la regalò. Lì diventai un lettore avido. Non avevo mai abbastanza da leggere. Nel frattempo conobbi una di quelle persone che ti svoltano la vita. Chi è di Torino forse ricorderà le bancarelle di piazza Albarello. Erano delle strutture fisse, non ricordo se c’erano sei o otto librai, ognuno specializzato in qualcosa. Uno di questi si chiamava Giorgio e trattava storici e fantasy. Era una piccola succursale della editrice Nord. Lui leggeva praticamente ogni libro che vendeva ed era molto più preciso di Google. “Cosa ti piace?”, “qualcosa di medioevale, con i guerrieri e le battaglie, ma che non ci sia la magia o comunque poca, magari se il guerriero combatte con l’ascia è meglio.” E lui a colpo sicuro ti tirava fuori un libro che, garantito, conteneva esattamente quello che volevi. È stato lui che mi ha fatto scoprire David Gemmel, Stephen Lawhead, Morgan Llywellin. Lui mi ha fatto passare notti insonni perché “dovevo sapere come andava a finire”. Lì sono diventato un lettore famelico.
Oggi le bancarelle non ci sono più e di Giorgio ho perso le tracce. Vado più a ispirazione su trama e copertine però mi rendo conto che sono più i libri che abbandono di quelli che concludo. Alcuni poi li ripendo, altri no. Va a periodi, come tutto.
Ho tre soli punti fermi nella mia vita di lettore: Stephen King, Stefano Benni e Ken Follett. Sono gli unici autori di cui compro i libri “a prescindere”.

Perché hai scelto/deciso di raccontare la storia di Dolcino?
Anche qui, casualità. Tra le mie tante passioni c’è la psicologia e, in particolare, la criminologia. Seguo con piacere il podcast di un programma che si tiene su radio 105 che si chiama CSI Milano, con il criminologo Massimo Picozzi. Un giorno, parlando di non so quale criminale, disse: “un po’ come fra Dolcino, che ritenendosi ispirato da Dio, pensava che se aveva voglia di uccidere qualcuno era per volontà del Signore.”
Non avevo mai sentito parlare di fra Dolcino (non avevo ancora letto Il nome della rosa, che era sugli scaffali tra i “preso e posato tre volte”) ma restai colpito dal meccanismo psicologico dell’abbattimento totale delle barriere morali sulla base di una credenza.
L’idea iniziale era di scrivere un racconto su questo “invasato” capace di giustificare qualsiasi atto con la fede.
Poi ho iniziato a leggere di fra Dolcino, a informarmi, e ho scoperto che la verità era tutta un’altra e sicuramente più interessante.

Dal momento che, a quanto sembra, mancano fonti oggettive su fra Dolcino, quanto e soprattutto come ti sei documentato su di lui?
Sono partito con tutta la bibliografia esistente sul personaggio, escludendo tutto ciò che, in qualche modo era già romanzo, per non farmi influenzare.
Ho poi escluso tutto ciò che era studio di Dolcino basato su scopi politici. Il suo personaggio, infatti, è stato trascinato più volte per la giacchetta a seconda dei periodi storici, prendendolo a esempio come precursore del comunismo a volte, come anarchico altre.
Di grande aiuto sono state le pubblicazioni del Centro Studi Dolciniani, che ha sede a Biella. Poi Corrado Mornese, principale storico del personaggio.
Ma come dice lo stesso Mornese, tutte le fonti trovate non svelano il “mistero Dolcino”, ma creano nuove ipotesi.
Rimaneva il fatto che un ragazzo che studiava per diventare prete, decenni dopo era un eretico con la spada in mano.
Cosa poteva essere successo nel frattempo per averlo portato a un simile cambiamento?
Quindi ho dovuto allargare il campo della ricerca, studiando i personaggi e gli eventi storici del periodo cercando poi di unire insieme i vari pezzi del puzzle, senza dimenticare le basi: come si viveva, cosa si mangiava, come ci si curava… Ho comprato decine di libri e visitato migliaia di siti. Per le ambientazioni, ho visitato la maggior parte dei luoghi per cercare di immergermi nelle luci e negli odori.
Il risultato finale è la storia di come fatti anche lontani nello spazio o nel tempo possano influire sulle vite altrui. Alla fine il protagonista è Dolcino, ma è un romanzo corale, la storia di un’epoca.

In Penitenziagite – Genesi: La storia di fra Dolcino, primo volume della serie, ci sono alcuni passaggi molto crudi. Era davvero quella l’aria che si respirava in quel periodo, in quel contesto?
Qui mi avvalgo di una delle affermazioni più sottovalutate e spesso relegate agli addetti ai lavori nel campo criminologico.
Quando noi ci lamentiamo dei tempi che corrono, non ci rendiamo conto che, nella realtà dei fatti, viviamo in una delle epoche più tranquille che la storia umana ricordi.
Fino a poche centinaia di anni fa, mettersi per strada era pericoloso. Si camminava tenendo la sinistra perché così era più facile sguainare la spada e affrontare potenziali nemici. E quando nasce un’usanza su questa base, si può facilmente immaginare quanto la cosa fosse frequente.
L’Italia delle signorie era invasa da mercenari e fare bottino con le razzie rientrava nella paga (o nel rimborso, quando chi li aveva chiamati perdeva). Stupri, saccheggi e devastazioni erano parte integrante della vita dell’epoca. Quando gli storici dicono che l’Inquisizione non era così barbara come la di descrive, hanno ragione: rapportata ai processi civili dell’epoca, dove il signorotto di turno decideva cosa fare dell’imputato, avere delle regole fisse, delle linee guida, era già una rivoluzione positiva. Ben lontano da ciò a cui noi siamo abituati, ma sicuramente un grande passo avanti.
Inoltre, non dimentichiamo che la maggior parte della popolazione viveva in condizioni di estrema povertà. E quando la sopravvivenza diventa l’unico pensiero, la moralità spesso viene dimenticata. Per un tozzo di pane c’era chi era ben disposto a uccidere.

Leggendo il tuo libro, emerge una scrittura molto consapevole che sa maneggiare bene le diverse parti: quella propriamente narrativa ma soprattutto i dialoghi. Quanto hai “studiato” per arrivare a questo livello?
Più che studiato ho osservato e devo tornare un po’ alla domanda su che tipo di lettore sei.
Fondamentalmente scrivo come gli autori che prediligo. Faccio fatica a leggere le descrizioni minuziose di ogni singolo dettaglio e altrettanto mi rifiuto di scriverle. Un libro è un’opera iniziata nella mente dello scrittore e finita in quella del lettore. Credo che una buona scrittura necessiti di fornire al lettore un tratteggio sufficientemente chiaro da consentirgli di ricostruire la scena nella sua testa più che una descrizione maniacale del colore e del numero delle foglie di un albero.
Il complimento più gradito è stato di quei lettori che mi hanno detto: “sembra di vedere un film.” Per me la fase di stesura è più un passaggio di trascrizione che di scrittura. Il primo è visualizzare la scena nella mia mente. Letteralmente mi creo il film, pongo caso alla postura, alle espressioni del volto e, ovviamente, ai dialoghi, alle pause, al cambio di tono di voce. L’operazione di scrittura diventa quindi la ricerca del sistema migliore per rappresentare in modo dinamico una scena.
Per la parte dei dialoghi, sicuramente mi aiuta molto la mia cultura fumettistica dove il dialogo è fondamentale, ma anche tenere sempre presente che la comunicazione è fatta di verbale e non verbale. Ci tengo che una frase sia accompagnata dalla descrizione dell’espressione del viso, o dalla postura, che è poi ciò a cui siamo abituati nella comunicazione di tutti i giorni.

Grazie mille, Fabio! Da TSD un grande in bocca al lupo per il tuo futuro di scrittore… aspettiamo di leggerti ancora!

Lasciamo di seguito tutti i dettagli dei libri scritti da Fabio Cosio fino a questo momento per chi vuole iniziare a leggere la storia di Fra Dolcino.

Copertina flessibile: 336 pagine

Editore: CreateSpace Independent Publishing Platform (14 luglio 2018)

Collana: Penitenziagite

Lingua: Italiano

ISBN-10: 1723120065

ISBN-13: 978-1723120060

Link d’acquisto volume cartaceo: Penitengiazite – La genesi

Link d’acquisto e-book: Penitenziagite – La genesi

 

 

Copertina flessibile: 368 pagine

Editore: CreateSpace Independent Publishing Platform; 1 edizione (7 agosto 2018)

Collana: Penitenziagite

Lingua: Italiano

ISBN-10: 172331529X

ISBN-13: 978-1723315299

Link d’acquisto volume cartaceo: Penitenziagite – gli atti degli Apostoli

Link d’acquisto e-book: Penitenziagite – gli atti degli Apostoli

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