Sa Funtana ‘e s’ulumu – Antonio Carta

Trama
In un paese del Nord Sardegna, Ittiri, durante la prima decade del ventennio fascista, un ragazzo di nome Giommaria diventa testimone inconsapevole di un fatto di cronaca: il presunto omicidio del conte Francesco Guttierrez. In seguito al misfatto, un abile sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri, Luca Crobu, è incaricato dalla Procura di Sassari di svolgere le indagini preliminari. Nel corso degli accertamenti, il maresciallo scoprirà sconcertanti problematiche familiari che da tempo affliggono la famiglia della vittima, così come indicibili segreti di alcuni abitanti del posto. In un’atmosfera a tratti surreale e favolistica, in cui il maestrale scatena tutta la sua quasi innaturale forza sul paesaggio e sugli uomini, la verità riuscirà a trionfare, al di là dei pregiudizi e delle inconfessabili debolezze che caratterizzano da sempre l’animo umano. 

Recensione a cura di Laura Pitzalis

Sa Funtana ‘e s’ulumu” è un libro di Antonio Carta ambientato, l’avrete già intuito dal titolo, in Sardegna, precisamente a Ittiri, paesino a circa 20 km da Sassari, agli inizi del ventennio fascista.
Ė un periodo in cui non si percepisce nessuno sviluppo economico ma solo un’estrema povertà, ignoranza, accettata con rassegnazione dal popolo perché:

Perché la povera gente come me ha paura di inimicarsi i ricchi. […] In gran parte lavoriamo per loro e, se non proprio alle loro dirette dipendenze, siamo comunque costretti a elemosinare il la­voro per un pugno di grano o per ottenere a mezzadria i loro pascoli e le loro tanche, come se ci stessero facendo una cortesia. Perciò preferiamo starcene zitti e abbassare la schiena sino alla morte.

Situazione dove la popolazione, privata della più elementare istruzione scolastica, è in balia degli arroganti e dei ricchi proprietari, ugualmente ricchi di una colossale ignoranza.
Ė in questa situazione sociale che si dipana il racconto. Ė in questa realtà, in cui ignoranza e superstizione si fondono a discapito di ogni principio morale ed etico, che il maresciallo dei carabinieri, Luca Crobu, è chiamato a indagare sulla morte del conte don Francesco Gutierrez, trovato cadavere proprio a “Sa funtana ‘e l’ulumu”.
Un libro giallo quindi, ma non solo. C’è la storia di una terra e delle sue tradizioni più arcaiche e oscure, delle sue leggende e superstizioni; una storia che straripa in modo travolgente di passioni: rabbia, disperazione, vergogna, omertà, orgoglio, amore, speranza …
Un libro che mette a nudo una società carica di pregiudizi, purtroppo retaggio non solo di quel periodo ma, ancora oggi, dei nostri paesi cosiddetti civili, che funziona come sistema di controllo, catalizzando paure collettive e disprezzo, su “il diverso”.
A tal proposito sublime è l’omelia del viceparroco che coraggiosamente, stracciando le regole e le disposizioni del Codice di Diritto Canonico, decide di celebrare la messa, in cimitero, al funerale di un suicida:

La nostra è una vecchia società carica di pregiudizi […] La società ci rifiuta, ci aborre, ci allontana, ci esclude per eludere ulteriori preoccupazioni. […] La moltitudine ha il potere di rompere le catene che legano i pregiudizi. Ha la possibilità di tendere la mano ai più deboli. Noi omosessuali non siamo in grado, da soli, di sovvertire i costumi e le tra­dizioni di questa nostra società […] Noi siamo presenti in tutta la comunità senza esclusione di censo o di casta. […] Pertanto proponiamoci al dialogo, alla discussione, a capirci anziché a dividerci, alienandoci.

Ma è anche un libro dove traspare l’amore dell’autore per la sua terra.
Ci immergiamo nei profumi e nei suoni rurali, nelle bellezze naturali dei boschi, dei ruscelli, delle vallate.
Ci addentriamo in mezzo alla folla per la festa del Carmelo, deliziandoci con l’odore del sugo di carne che, per tradizione, tutti anche i più poveri, preparano in quel giorno.
Seguiamo la processione e ammiriamo i bellissimi costumi: quelli femminili che, per l’occasione, sono indossati, con fierezza ed eleganza, dalle ragazze da maritare.

I preziosi gioielli, estratti dalla tradizione orafa ittirese, ricordavano antiche civiltà. I bottoni in filigrana, argentei e tintinnanti, riflettenti il seno materno, ammaliavano gli spettatori. La gonna in terciopelo rosso, abilmente pieghettata, e la balza bianca ricoperta di fiorellini

Quelli maschili, la camicia bianca, finemente orlata di pizzi ricamati, sotto al corpetto color rosso vivo:

La compostezza del corpo, la serietà dei visi, la postura delle braccia disposte in avanti, con i due pollici infilati tra la cintola e il gonnellino tradizionale, magnificavano la processione aggiungendole solennità

Una lettura scorrevole, grazie ad un linguaggio semplice ed aulico insieme, mette in evidenza la capacità dell’autore a sviluppare il racconto senza mai annoiare, ed io sarda l’ho letto con un maggiore coinvolgimento.
Ho notato un grandissimo talento nel tratteggiare i personaggi, descritti con minuzia di particolari non solo nell’aspetto fisico ma anche in quello psicologico, rendendoli reali, veri, attendibili. Tutti mi hanno conquistato ma due in particolare mi hanno affascinato e incantata: Giovanni Carta e sua moglie Antonia.
Uomo di poche parole, Giovanni è un onesto e gran lavoratore dalla laboriosità infinita, la sua vera forza risulta dalla tenacia e da una volontà di ferro che contraddice il suo fisico minuto.
Fu un valoroso della prima guerra mondiale, assoldato tra i celeberrimi Sassarini della Brigata Sassari. Esilaranti le pagine del libro che lo vedono sulle trincee e nei campi di battaglia! Sempre pronto a rendersi utile, impavido, ama ripetere, quando è soddisfatto per qualcosa che ha fatto: «Maria ca’!!! Goi ti chelzo e mezus no!» che si può tradurre così: “Caspita Marì!!! Così ti voglio e non migliore!”. Come dire “è quello che voglio, non chiedo di più” …Una vera propensione allo stoicismo…
La moglie, Antonia, è una donna dal fisico ben piazzato rispetto a quello minuto della donna sarda. La sua miglior virtù è la pazienza che dimostra soprattutto con il marito quando le loro opinioni non combaciano. Non lo contraddice mai davanti ad altri, rimandano il confronto al rientro a casa, dove, parlando a monosillabi, risolvono le divergenze in questo modo:

“Giovanni: «Allora, è così?».
Antonia: «Sì, è così!».
Giovanni: «Allora è così!».

Antonio Carta riesce a rendere partecipe il lettore del racconto facendo vivere momenti di vita del popolo sardo.
Eccolo dipingere con vigore e realismo, come fosse un enorme quadro, uomini e donne vocianti, riuniti ai lavatoi per la tradizionale pulitura della lana per una giovane coppia di futuri sposi, condividendo una giornata di festa.
Ecco le donne intente a preparare il pane, con i lunghi capelli neri attorcigliati nella tipica pettinatura delle donne sarde, le maniche della camicia ripiegate a più risvolti, i loro corpi piegati in avanti sul tavolo da lavoro per dar forza alle braccia che impastano la farina. Per loro uno dei momenti più indicati per spettegolare in santa pace.
E ancora, sas atitadoras, le donne pagate per piangere ai funerali, con i loro lamenti e le grida strazianti di dolore, che si battono il petto e si strappano i capelli.

Sublime è poi la descrizione del ballo sardo, un ballo che dona compostezza e un’uguale dignità , merito e libertà sia agli uomini sia alle donne :

Subito dopo le prime note, le mani dei ballerini si cercarono e si trovarono, stringendosi così forte come se non dovessero più separarsi […]I piedi degli uomini batterono il suolo, come antichi danzatori tribali […] Il suono incalzò e i piedi seguirono il ritmo. Le ginocchia flettevano e come molle rilanciavano il corpo, ma il busto era fermo e anche la testa, come insegnava la tradizione […] Un grande cerchio prese forma e lo spazio non bastò

Un romanzo che ha una colonna sonora, Su Bentu Maistru, il maestrale, che ulula, che tutto spazza, tutto raffredda e fa rabbrividire, che mescola gli odori dei fiori, scompiglia gli alberi, ma che spazza anche le nuvole, restituendo al cielo la sua luce.
Vorrei segnalare per finire le “Note dell’autore”, un’interessante riflessione sulla situazione socio-economica della Sardegna e le cause che l’ha generata, che ci fa capire il grande lavoro di ricerca e documentazione svolto da Antonio Carta.

“Noi guardiamo attraverso le sbarre della nostra piccolezza,
e fingiamo che non esista.
Un uomo ha il dovere di costruirsi,
di inventarsi la propria libertà”.
(Bernard Malamud)

Formato: brossura
Editore: Scatole Parlanti, 2019
Collana: Voci
Lingua: Italiano
Data uscita:16/02/2019
Pagine:164
ISBN: 9788832811490
Link di acquisto cartaceo: Sa funtana ‘e s’ulumu

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