Storia del libro e della scrittura – La scrittura epistolare

Siamo giunti alla decima puntata della “Storia del Libro e della Scrittura” a cura della  nostra esperta Paola Milli che oggi ci presenterà un argomento molto affascinante..

 

LA SCRITTURA EPISTOLARE

 

Un posto importante nella storia della scrittura è occupato dalle lettere missive: testi più o meno brevi di carattere informativo, affettivo, di dibattito, di polemica, di accusa o altro, inviati da un mittente ad un destinatario nel rispetto di consuetudini comuni ad entrambi. Di regola sono prodotte per circolare in ambiente ristretto e prevedono ricezione e risposta da parte di un ricevente.

Sono giunti a noi epistolari greci e latini scritti a partire dal III sec. a. C; lettere altomedievali scambiate fra alti ecclesiastici e missive in volgare di mercanti e donne di Firenze tardomedievale, per non parlare di quelle composte da grandi letterati: Petrarca e Leopardi per citarne solo un paio di epoche diverse.

La lettera missiva ha caratteristiche materiali e testuali più o meno fisse che la distinguono dai libri e dai documenti. Essa normalmente è costituita da un unico esemplare che è l’originale inviato al destinatario. In antichità occupava soltanto una faccia del materiale scrittorio adoperato (papiro, pergamena, carta o altro) e aveva formato rettangolare, con la scrittura disposta o lungo il lato più corto o lungo il lato più esteso.

Il testo è redatto nella lingua comune a mittente e destinatario o in quella del destinatario ed è vergato da una mano unica, quella del mittente o di un suo delegato, o da più mani, una delle quali è spesso quella stessa del mittente.

Il contenuto, sin dai più antichi esempi, è costituito da una serie di elementi ricorrenti in ordine fisso: indicazioni del mittente e del destinatario, formule generiche di saluto, esplicitazione del contenuto del messaggio, formule di cortesia e di augurio, datazione topica e cronica (talvolta assente o non completa), sottoscrizione del mittente, indirizzo di solito apposto o ripetuto sul verso. Questo è lo schema essenziale che corrisponde più o meno a quello del documento pubblico medievale, di solito redatto in forma di lettera.

Dal punto di vista della scrittura usata bisogna ricordare che la lettera è un prodotto scritto a mano destinato ad essere letto dal singolo destinatario, perciò deve costituire un compromesso tra l’espressione grafica del mittente e l’esigenza di comprensibilità da parte del lettore. All’interno di ogni comunità di corrispondenti culturalmente, linguisticamente e graficamente organica e coesa, si crea un particolare codice grafico che viene utilizzato nell’atto dello scrivere e in quello di leggere, per mantenere immediata ed elevata la comprensibilità.

Non esiste una specifica tipologia di scrittura utilizzata nelle missive. La corsiva è talvolta accompagnata o sostituita dalla forma posata definita anche libraria.

Una diversità tra filone corsivo e filone posato è presente fin dalle più antiche testimonianze greco-latine. Le più antiche lettere che ci siano arrivate in originale dal mondo classico sono quelle, greche e scritte su papiro, appartenenti all’archivio di Zenone, amministratore di una vasta tenuta agricola in Egitto alla metà circa del III sec. a.C. Sono in maiuscola diritta con qualche accenno di corsivizzazione e di legamenti fra lettere. Le più antiche lettere latine originali sono della seconda metà del I sec. a.C. e sono in capitale con pochi elementi di corsivizzazione.

Nei secoli II-III d.C. prevalse il filone corsivo. La corrispondenza scritta nel IX –X secolo giunta a noi proviene dagli ambienti più acculturati della gerarchia ecclesiastica che rifiutò le forme corsive rimaste in uso per i documenti ufficiali e preferì una nuova scrittura comune alle scuole e alla produzione libraria: la posata minuscola carolina.

Nel Duecento si venne lentamente affermando in Europa una nuova scrittura corsiva che finì per affermarsi nella documentazione privata e pubblica, ma anche nella prassi epistolare sempre più laicizzata. Esisteva una netta contrapposizione tra grafia posata, ossia quella che comunemente definiamo gotica, e grafia corsiva.

In Italia il filone corsivo, a partire dalla seconda metà Duecento, assunse due diverse tipizzazioni: quella minuscola cancelleresca dei documenti burocratici e notarili, e quella mercantesca, fortemente corsivizzata.

La loro contrapposizione è ben descritta in una lettera inviata da Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II, il 3 maggio del 1454 al mercante senese Ambrogio Spannocchi, che gli aveva scritto adoperando la mercantesca corsiva, sua abituale e normale scrittura d’uso:

Eneas episcopus Senensis Ambrogio Spannochie salutem plurimam dicit. Cinturellus, pape tabellarius, tuas litteras ad me detulit, quas rectius dixerim lituras; nescio grece an Hebraice scripsisti, Latine quidem minime. Non intellexi unicum verbum, neque penes me quisquam fuit qui tuos characteres cognosceret. Perinde est igitur ac si nihil ad mescripsisses. Reservo penes me scripturam tuam, ut, cum Romam veniam, tibi reddam et a te petam expositionem. lnterim non est quod possim respondere, nisi mihi glosulas miseris. Vale et scias me deinceps Latinas litteras, non uncinos mercatorios didicisse. Ex Ratispona die 3 Maii 1454.

«Enea vescovo di Siena invia molti saluti ad Ambrogio Spannocchi. Cinturello, corriere papale, mi portò la tua lettera, che più propriamente definirei un pasticcio; non so se hai scritto in greco, o in ebraico, certo non in latino. Non ho capito una sola parola e qui con me non vi fu nessuno che sapesse leggere i tuoi caratteri; dunque è come se tu non mi avessi scritto nulla. Conservo presso di me la tua scritta in modo che, quando verrò a Roma, te la possa rendere per attenerne una esposizione. Nel frattempo non posso risponderti in alcun modo, se non mi mandi almeno delle noterelle di commento. Stammi bene e sappi che io ho appreso i caratteri latini, non gli uncini mercanteschi. Ratisbona, 3 maggio 1454».

In seguito, a partire dal Rinascimento, i maestri di scrittura italiani ed europei contribuirono all’affermazione del corsivo.

 

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