Storia della Scrittura – Dal Volumen al Codex

Siamo giunti alla quinta puntata della storia della scrittura e del libro, a cura della nostra esperta Paola Milli...buona lettura!

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Nella società ellenistica e romana si scrivevano le opere letterarie su papiro preparato in rotoli. Verso il IV secolo si impose l’uso generalizzato della pergamena che portò alla grande diffusione del codex già in uso da circa tre secoli.  Con questo termine si indicò dapprima una raccolta di inventari o di archivi. Nel III secolo, dopo la riforma di Diocleziano, in Egitto codex assunse il significato di registro fiscale o di catasto mentre in Grecia, per definire un codice letterario, erano usati i sostantivi biblos o biblion da cui deriva il nostro “libro”.

17495684_10209129661334783_1817188107_nPresso i Latini con codex si indicava un insieme di tavolette legate tra loro da una cordicella. Soltanto nel III secolo il termine indicò dei quaderni di pergamena o di papiro con dei testi letterari. La prima attestazione letteraria in tal senso si incontra in un poema di Commodiano.

Dapprima, in Grecia e a Roma, si utilizzò la tavoletta da scrittura, di cera o di legno, probabilmente di origine orientale, per i conti, i testamenti, la registrazione delle nascite o per gli esercizi a scuola. Si legavano le tavolette per due, tre o più, e ciò dava il dittico, il trittico, ecc. Si praticava un foro nel quale passava una cordicella che le teneva unite.

Successivamente, invece delle tavolette, si iniziò ad utilizzare pezzi di pergamena uniti tra di loro per formare un libretto che fu il precursore immediato del codice vero e proprio. Dal libretto di pergamena al codice letterario il passo fu breve anche se il rotolo di papiro era ancora considerato il supporto nobile delle opere letterarie.

I cristiani, tuttavia, fin dal II secolo, adottarono prevalentemente il codice per raccogliere i loro testi. Era per loro un modo di sottolineare la differenza con gli Ebrei che ancora scrivevano i volumina, ma ancor più il mezzo per imporsi attraverso la mediazione peculiare dei loro scritti nella società culturale del mondo greco-romano.

17495703_10209129673295082_213076711_nRagioni pratiche ed economiche possono aver spinto i cristiani ad adottare il codice con rapidità e determinazione. Essi dovettero apprezzare la comodità dell’oggetto nei loro viaggi missionari. Questo formato poteva raccogliere passi paralleli delle Scritture, rendendole più facili da consultare.  Importante, inoltre, fu il costo relativamente contenuto del prodotto, la sua solidità e la possibilità di ampliarne il contenuto a volontà, senza i limiti imposti dal rotolo.

Nella tarda antichità e nel medioevo furono elaborate precise regole per la fattura dei codici: essi erano costituiti da fascicoli di due, tre, quattro, cinque o al massimo sei fogli di pergamena che erano squadrati e rigati con punte metalliche a secco.

Dall’XI-XII secolo si cominciò anche ad utilizzare la rigatura a punta di piombo che sul foglio appariva azzurrastra.

In epoca tardo-antica non si usava numerare le pagine, bensì i soli fascicoli. Dall’XI secolo si affermò l’abitudine di apporre al termine di ogni fascicolo il richiamo, cioè l’indicazione della prima o delle prime parole della prima carta del fascicolo seguente per evitare errori in fase di rilegatura.

La numerazione delle carte – prima con cifre romane e poi con quelle arabiche – entrò in uso nel XIII secolo.

Antichissimo è l’uso di eradere la scrittura vergata su un libro mediante raschiatura con pomice per riutilizzarne la materia scrittoria. Venivano erasi testi considerati inutili perché superati.

 

Si immergevano per una notte nel latte i fogli di pergamena che si volevano riutilizzare, strofinandoli con una spugna per togliere l’inchiostro, quindi li si ricopriva con la farina per non farli seccare e li si spianava sotto un peso. Infine li si lisciava con pietra pomice e li si riduceva tagliandoli al nuovo formato – necessariamente più piccolo – che si voleva realizzare. I codici così creati sono detti palinsesti.

 

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