Storia dell’editoria (seconda e ultima parte)

A cura di Eliana Corrado

Ben ritrovati amici storythrillers ! A voi la seconda puntata della storia dell’editoria. Se vi siete persi la prima, potete trovarla qui.

Arriviamo, finalmente, alla svolta vera e propria: il progresso tecnologico dell’800; nuovi procedimenti di produzione della carta e della stampa, l’introduzione di nuove macchine quali la monotype e la linotype capaci di rendere più veloce la composizione dei testi, consentendo così di produrre alte tirature e abbassando i costi di produzione della stampa di libri, quotidiani e riviste: non va dimenticato, infatti, che quando parliamo di editoria non parliamo solo di editoria libraria, ma anche di giornali, siano essi quotidiani, mensili o settimanali, e va sotto l’egida di editoria, anche tutto ciò che afferisce a radio e televisioni.

Possiamo dire che sono proprio quelle due macchine che creano la nuova vera industria del libro, sancendo la netta separazione tra tipografo ed editore, facendo assumere a quest’ultimo, ora sì, un ruolo sempre più a sé stante da quello del tipografo e del libraio, agendo come figura imprenditoriale e culturale del tutto autonoma, perché inizia ad affinare la capacità di concepire sempre nuovi progetti editoriali di respiro, nei quali coinvolgere letterati e scrittori, all’interno di una redazione che sia un’impresa molto ben strutturata e scevra di quel carattere di precarietà e approssimazione che, forse, finora aveva avuto.

L’editore diventa un mediatore tra le offerte dell’autore e le richieste del pubblico.

E infatti ciò che determina questo distacco irreversebile è lo sviluppo della letteratura popolare e le collane tascabili-economiche: la prima in assoluto fu la «Universal-Bibliothek» della Reclam, nel 1867, a Lipsia (e sempre in Germania siamo!). Collana che merita un piccolo approfondimento per la sua estrema modernità.

Così soprannominati per via della loro forma sobria, esile e compatta, i “quaderni Reclam” (Reclam-Hefte) si distinguono nel panorama editoriale tedesco per via della loro economicità, collana che esordì con il classico per eccellenza della letteratura tedesca, il Faust di Johann Wolfgang von Goethe. La pubblicazione a un prezzo estremamente basso per l’epoca fu solamente possibile grazie a una legge dello stesso anno, che fece decadere i diritti d’autore relativi alle opere letterarie i cui autori erano deceduti da almeno trent’anni.
I volumetti della Biblioteca Universale vennero posti in vendita persino nelle stazioni ferroviarie già dal 1912.

E in Italia cosa succede? Abbiamo visto comparire la nostra amata nazione solo a proposito di Manuzio e Giunti nel ’500, ma poi? I vari cambiamenti si sono forse arrestati lì?

In Italia i primi grandi cambiamenti nel panorama librario e della stampa avvengono nel periodo napoleonico, con l’occupazione delle truppe napoleoniche di tutta la penisola, ad esclusione della Sicilia (1805 – 1814 circa). In questa fase il nuovo regime decretò la libertà di stampa, con l’abolizione della censura preventiva, sia governativa che ecclesiastica. Inoltre, l’abbattimento delle molte barriere doganali nella penisola diede la possibilità ai librai-tipografi di commerciare più ampiamente i loro libri. Il regime napoleonico cambiò anche i rapporti interni al mercato librario. Tentò di accentrare la produzione libraria in città come Torino, Milano, Firenze e Napoli, a discapito di Genova, Bologna, Venezia (fino a quel momento centro editoriale fondamentale), gli Abruzzi e le Puglie.

Ma dovremo attendere che l’Italia diventi, appunto, una nazione per poter registrare una vera e propria editoria nel senso che più le appartiene.

Dobbiamo, infatti, attendere il 1861. È in piena realizzazione dell’unità nazionale che editori come Sonzogno, Hoepli, Pomba (divenuto poi UTET), Zanichelli, Barbera (solo per citare quelli che forse sono maggiormente noti ai più) danno vita e impulso a una vera imprenditoria editoriale moderna e ben organizzata. La lettura, favorita anche dalla pubblicazione di numerosi romanzi storici e di appendice, popolari ed economici, uscì dal chiuso delle cerchie intellettuali, degli ambienti salottiferi e raggiunse un pubblico più vasto, ma comunque di modeste condizioni e ancora in gran parte poco alfabetizzato.

Questa situazione peggiorò, però, agli inizi del ’900: lettura stagnante, calo delle vendite, scioperi e rivendicazioni da parte dei tipografi misero un freno al processo evolutivo dell’editoria. Naturalmente, lo scoppio della prima guerra mondiale e le sue conseguenze acuirono questa situazione di crisi, dalla quale si uscì nel corso degli anni Venti, quando l’editoria si ricostruì in maniera più organizzata anche sul piano distributivo e promozionale (ricordiamo che la più grande società di distribuzione prima e promozionale dopo, quali sono Le Messaggerie italiane, è nata “solo” nel 1913). Le restrizioni e i condizionamenti imposti dal regime fascista, poi, negli anni Trenta non piegarono la vivacità dell’editoria italiana con grandi romanzi stranieri tradotti, libri gialli; ma ci pensò invece la seconda guerra mondiale a far arrestare la produzione a causa soprattutto del grave problema di approvvigionamento della carta: scarsa, razionata e pagata a prezzi altissimi.

È con la fine della seconda guerra mondiale che l’impulso, la vitalità, la creatività dell’editoria italiana, l’affermazione delle più grandi e belle e importanti collane, e dei più grandi colossi editoriali arricchiscono il panorama culturale ed editoriale italiano rendendolo quanto mai ricco e vivace di contenuti, di autori, di storie e di pubblicazioni che ancora oggi sostano sugli scaffali delle librerie e nelle librerie delle nostre case.

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