Una storia in pochi centimetri: i muffin

Chi di voi non ha mai mangiato un Muffin alzi la mano… ma qualcosa mi dice che sareste in pochi! E forse, se vi chiedessi di descrivermi cosa avete mangiato, molto probabilmente non corrisponderebbe al muffin vero!
Tutti, o quasi, ci si siamo lasciati tentare da questi dolcetti così invitanti e golosi che oggi si trovano dappertutto.
Eppure, questi dolcetti, così come li vediamo e assaporiamo oggi, hanno una storia antica, un’origine europea e dei cuginetti a stelle strisce.

Iniziamo, infatti, questa storia sfatando quello che per molti sarà un mito: i muffin non sono originari degli Sati Uniti, bensì vengono dall’Inghilterra e i muffin inglesi sono ben diversi dai loro cuginetti americani.

                                English muffin

Nella loro antica origine (e parliamo addirittura del Medioevo), in Galles i contadini mangiavano già una sorta di moofin, che però non erano nemmeno dolci. Si trattava di focaccine tonde e lievitate che venivano cotte su una piastra. Potevano essere tonde o anche a forma di anello e venivano tagliate a metà e spalmate di burro.
Dal Galles, ben presto, questi dolcetti arrivarono in Inghilterra e in età vittoriana era un dolce consumato soprattutto dalle classi più basse, quelle che stavano alle dipendenze dei signorotti inglesi.
Si narra che i cuochi delle varie famiglie preparassero con il pane avanzato del giorno prima, i ritagli dei biscotti e le patate schiacciate delle piccole palline che venivano fritte (non più, quindi cotte sulla piastra come i gallesi), rendendo l’impasto leggero e croccante.
I poveri domestici, non riuscirono a nascondere questa squisitezza per molto tempo e ben presto, per colpa di qualche padroncino ficcanaso o di una padrona ossessionata dal controllo, il piccolo segreto venne a galla e tutti iniziarono a godere di questa prelibatezza all’ora del tè.
È in epoca vittoriana che a questi dolcetti si dà ufficialmente la parola muffin, (la troviamo citata per la prima volta nel 1703). Parola che sembra provenga dal francese “moufflet” che sta ad indicare un pane molto morbido, o forse dal tedesco “muffe” che è invece una specie di torta.

Così popolari diventarono i muffins, i “tea cakes”, come allora venivano chiamati, che nell’era vittoriana chi passeggiava per Londra nel pomeriggio poteva incontrare per le strade i “Muffin Men” che portavano i dolcetti sulla testa o appesi al collo su vassoietti di legno. Il loro arrivo era annunciato dal suono di una campanella. Tali e tanti erano gli squilli di queste campanelle che nel 1840 un Atto del Parlamento decise che il suono andava vietato, provvedimento che restò però inosservato.

Durante l’Ottocento, questi dolcetti ebbero una grande diffusione e arrivarano in terra americana: nasce così il cuginetto del muffin inglese, simile a lui, ma non uguale, perchè lui è piatto, solitamente ha la forma di un disco e presenta delle crepe sulla superficie, per via della cottura sulla griglia. Ed è forse il muffin americano quello che oggi, in Europa e soprattuto in Italia, è più noto.
Suo cugino americano è un dolcetto cotto dentro a degli stampini monoporzione, più grande e più alto perché lievitato grazie all’utilizzo del lievito chimico – inventato proprio dagli americani intorno all’Ottocento. Inoltre, assecondando la tipica mania americana, quella di improve, di migliorare il prodotto, ne furono inventate innumerevoli variazioni e soprattutto, in omaggio al palato dolce americano, fu aggiunta una maggiore quantità di zucchero.

La prima ricetta ufficiale del muffin americano risale al 1796, pubblicata su American Cookery di Amelia Simmons, il primo ricettario “ufficiale” della cucina statunitense.

Grazie al lievito chimico i tempi di lievitazione diminuivano notevolmente, inoltre aumentavano i tempi di conservazione dei cibi.
Sempre in quegli anni nacque anche lo stampo per il muffin. Perché, mentre l’impasto dei muffin inglesi è più compatto e non necessita di una forma, quello americano è una sorta di pastella piuttosto liquida, che quindi ha bisogno di essere posto in uno stampo monoporzione.

 

Sapete che in onore ai Muffin men fu scritta persino una canzoncina? Beh, direi che ora che avete fatto la sua conoscenza… potremmo concludere intonando tutti le strofe di questo gingle:

Do [or “Oh, do”] you know the muffin man,
The muffin man, the muffin man,
Do you know the muffin man,
Who lives on Drury Lane?

Yes [or “Oh, yes”], I know the muffin man,
The muffin man, the muffin man,
Yes, I know the muffin man,
Who lives on Drury Lane.

Facebook Comments

Precedente L'alfiere di Norimberga - Fernando Fuschetti Successivo #Letturacondivisa agosto 2019: “Io, Caterina” di Francesca Riario Sforza