Verso “Il nome della rosa – la serie” #1 Naturalmente, un manoscritto.

Bentornati amici lettori e appassionati di Storia. Come tutti ormai sapete, da Lunedì 4 Marzo andrà in onda su Rai 1 la serie tv ispirata al grande capolavoro di Umberto Eco “Il nome della Rosa”. Noi di TSD la aspettiamo con grande trepidazione e grazie all’aiuto dell’autore Fabio Cosio, abbiamo pensato di fare cosa gradita offrendovi alcuni articoli che permettano un avvicinamento graduale alla visione della serie tv, comprendendo al meglio il contesto storico che vi gravita attorno. Iniziamo il nostro viaggio…

A cura di Fabio Cosio

Naturalmente, un manoscritto.

Così inizia “Il nome della rosa”, forse il libro più conosciuto di Umberto Eco.

Pubblicato nel 1980, premio Strega nel 1981 e tradotto in più di 50 lingue. Nel 1986 diventa un film, per la regia di Jean-Jacques Annaud e con Sean Connery come protagonista.

Come dice lo stesso Eco nella postfazione del suo libro, Il nome della rosa “introduce” il romanzo storico nella cultura letteraria italiana, ben lontana dalla tradizione anglosassone già ricca di opere di questo filone.

Il nome della rosa racconta una storia, il cui fulcro può essere definito un giallo: la ricerca del colpevole di una serie di misteriosi e inquietanti delitti che avvengono in una ricca abbazia posta da qualche parte nell’Italia settentrionale.

Il narratore è Adso da Melk, che si presenta come un monaco benedettino che, sul finire della vita, decide di mettere per iscritto i “fatti mirabolanti” di cui fu testimone da ragazzo, ancora novizio e al seguito del suo maestro, Guglielmo da Baskerville, un frate francescano, ex inquisitore e “innamorato” della nascente cultura logica.

È importante definire chi sia il narratore perché Eco, nel suo libro, è interessato a rappresentare la cultura, il clima, le sensazioni, i pensieri che erano vivi all’epoca. La Storia (con la S maiuscola per distinguerla dalla storia-trama del libro) così come era conosciuta e tramandata agli inizi del 1300.

Storia che però è stata e viene tutt’ora investigata, alla ricerca di una verità più realistica dei fatti, scevra dalle imposizioni della cultura dominante dell’epoca.

Eco ovviamente, da grande medievalista qual era, non è immune alla verità. Il protagonista, Guglielmo, è infatti rappresentato come un uomo moderno, capace di mettere in dubbio i dogmi come invece non avviene negli altri personaggi, fedeli alla mentalità del tempo pervasa di religione e teologia. Guglielmo dubita, spesso e volentieri. Nelle sue conversazioni con Adso spesso introduce un punto interrogativo.

Lo stesso punto interrogativo che porta gli storici moderni a scavare più a fondo, a collegare eventi con un sottile file rosso per valutarne cause e conseguenza, restituendoci uno schema in cui anche noi uomini moderni possiamo più facilmente riconoscerci, dove oltre alle imposizioni religiose c’è l’essere umano, con le sue passioni e le sue debolezze, così simili alle nostre seppur così lontane nel tempo.

Il contesto storico

Il XIII secolo per la Chiesa è particolarmente difficile. è il 1208 quando papa Innocenzo III bandisce la prima crociata contro altri cristiani. Conosciuta come crociata contro gli Albigesi, è l’estremo tentativo per bloccare l’avanzata del movimento cataro, la cui diffusione ormai sembra inarrestabile.

I Catari hanno una visione teologica dualistica: per loro esiste un mondo spirituale (creato da Dio) e un mondo materiale, creato da Satana. Per i catari il corpo fisico è una prigione creata dal demonio per imprigionare lo spirito che invece ha origine divina. I catari, che si definiscono “puri” (da cui deriva anche il loro nome, dal greco καϑαρός), vedono nella distruzione e nella rinuncia di tutto ciò che è materiale l’unico modo di avvicinarsi a Dio.

Poiché anche il corpo è frutto di Satana non esitano a martoriarlo: lunghi digiuni (per loro morire di fame significa la vittoria dello spirito sul male), rinuncia ad ogni bene e a ogni possesso.

È necessario soffermarsi un attimo per analizzare qual era lo stile di vita della popolazione dell’epoca: formata principalmente da contadini, la classe povera era la fetta più ampia di popolazione. La resa agricola era scarsa, basti pensare che per ogni chicco di grano se ne riuscivano a produrre quattro. Spesso buona parte del raccolto andava al proprietario del fondo (che nella maggior parte dei casi erano monasteri e conventi) con percentuali che potevano arrivare al 70% della produzione. Il rimanente serviva a sfamare famiglie numerose, che spesso vivevano in abitazioni formate da una singola stanza in cui risiedevano più generazioni, in un clima di promiscuità assoluta. L’uomo medievale era pervaso dalla cultura religiosa. Gli era stato insegnato che la salvezza dell’anima era l’unica cosa importante, che era un peccatore e continuamente tentato dal demonio di cui la donna era il principale messaggero. L’unica via di salvezza era la Chiesa, con la preghiera, la confessione, le donazioni. Nasceva la compravendita di indulgenze, dove il perdono poteva essere comprato.

Tutte cose ben complesse per gente che faceva fatica a mangiare, il cui tasso di mortalità era elevatissimo specialmente nell’infanzia.

Nel momento in cui si presenta sul panorama religioso un gruppo che afferma che la salvezza è nella povertà, che non richiede denaro ma solo fede, dove quella che era la loro naturale condizione di vita diventa la via alla salvezza, il successo è rapido.

Se concettualmente l’insorgere di un’eresia si presenta come un attacco alla vera fede, dal punto di vista materiale il successo di un’eresia si traduce in risultati tangibili: diminuzione delle donazioni, campi abbandonati e non più coltivati (ricordiamo che la Chiesa era il più grande feudatario dell’epoca). Per dirla in termini moderni: perdita di fatturato.

Combattere l’eresia diventa quindi una questione fondamentale, sia per i chierici mossi da vera fede che per quelli alimentati da motivazioni economiche.

Nasce in questo periodo il concetto di inquisizione, il cui scopo era la ricerca e condanna dell’eresia. In questa prima fase l’inquisizione è affidata ai vescovi locali, che utilizzano i metodi a loro conosciuti ma fino ad ora usati per risolvere controversie con grandi feudatari o ricchi mercanti, cercando la trattativa, offrendo qualcosa in cambio di qualcos’altro.

Si può analizzare la situazione su due piani, dividendo la popolazione non solo tra poveri e ricchi, ma anche analizzando ciò che la ricchezza può portare: la cultura.

I poveri non avevano accesso a nessun tipo di cultura se non quella inculcata loro dalla Chiesa stessa. Una cultura fatta di paura: del demonio, dell’inferno, della tentazione, del peccato.

È importante fare questo distinguo perché spesso si parla di critiche all’opulenza della Chiesa. Si tratta però di critica concettuale, di conseguenza difficile da assegnare ad una classe povera che aveva ben pochi strumenti per teorizzare. Si può immaginare che l’invidia, essendo insita nell’essere umano, avesse una buona parte nell’odio che andrà sviluppandosi nei confronti dei ricchi prelati, ma serve sempre qualcuno con una cultura più avanzata in grado di farla notare, elemento che vedrà un maggiore successo di alcuni predicatori nei confronti di altri.

Importante considerare anche un altro grande cambiamento del periodo: i viaggi. Lo sviluppo delle città e la nascita di un commercio più moderno portano uomini e merci a circolare maggiormente.

La cultura dell’ospitalità, insita nell’uomo medievale porta ad accogliere persone provenienti da lontano e quindi favorisce il circolare di informazioni, seppur spesso inquinate dal meccanismo del telefono senza fili tipico della tradizione orale.

Come andremo ad analizzare in seguito proprio studiando il movimento apostolico (che diventerà poi il movimento dolciniano), sotto la guida di persone di bassa cultura il successo è dato dallo stile di vita ma non prevede una particolare critica nei confronti della Chiesa. La gente segue gli apostolici di Gherardino Segarelli perché si riconoscono, perché gli viene promessa la salvezza semplicemente restando ciò che sono, solo con l’avvento di Dolcino, dotato di cultura superiore, inizia a materializzarsi l’idea di un “nemico” il cui stile di vita viene criticato alla luce delle scritture.

L’inquisizione vescovile si dimostra inefficace. Utilizza gli strumenti impiegati fino a quel momento per risolvere le controversie, insorte però sempre con ricchi feudatari e famiglie nobili, gente dotata di cultura e di ricchezze. L’invio di delegati, la ricerca della trattativa, lo scambio di offerte, non ha però nessun successo con persone che non hanno nessun interesse materiale e che anzi lo disprezzano, che seguono la via della salvezza con uno stile di vita che è anche l’unico che potranno mai sperare di avere: la povertà assoluta.

Il viaggio continua:
Verso “Il nome della rosa” – la serie #2 I nuovi ordini mendicanti
Verso “Il nome della rosa” – la serie #3 – Il papato in Francia
Verso “Il nome della rosa” – la serie #4 – L’eresia

Verso “Il nome della rosa” – la serie #5 – Il movimento apostolico
Verso “Il nome della rosa” – la serie #6 – La doppia vita di Fra Dolcino

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