Verso “Il nome della rosa” la Serie #6 – La doppia vita di fra Dolcino

Questa sera, ultima puntata della serie su Rai 1 “Il nome della rosa” tratta dall’omonimo romanzo di Umberto Eco, e oggi si conclude anche  la nostra rubrica di approfondimento diretta da Fabio Cosio che ci porta a conoscere meglio una figura importante: quella di Fra Dolcino.
Buona lettura!

Se siete approdati qui per la prima volta, di seguito trovate i link agli altri articoli

Verso “Il nome della rosa – la serie” #1 Naturalmente, un manoscritto
Verso “Il nome della rosa” – la serie #2 I nuovi ordini mendicanti
Verso “Il nome della rosa” – la serie #3 – Il papato in Francia
Verso “Il nome della rosa” – la serie #4 – L’eresia

Verso “Il nome della rosa” – la serie #5 – Il movimento apostolico

Per questo ultimo appuntamento, partiamo dalla fine.

Non ci sono particolari spoiler, perché sarebbe come anticipare che il Titanic, alla fine, affonda.
Fra Dolcino da Novara viene arso sul rogo in Vercelli il giorno 1 del mese di luglio dell’anno 1307.
Già dire arso è un’imprecisione. Con molta probabilità è solo il suo corpo che brucia.
Raniero Avogadro, vescovo di Vercelli, ha infatti deciso che, come suggerito da papa Clemente V, gli venisse “riconosciuto quanto dovuto”.
Dolcino viene trascinato fuori dal carcere e legato a un palo fissato su un carro. Nel cassone, insieme a lui, il boia, un braciere e delle pinze.
Il carro viene fatto circolare per la città davanti ai cittadini assiepati lungo le strade.

La Vercelli dell’epoca è una città importante e trafficata. Punto di passaggio della via francigena, ogni giorno decine e decine di pellegrini di tutte le nazioni vi transitano.
Fresco è il ricordo di un esimio cittadino e cardinale, Guala Bicchieri, legato papale in Inghilterra e fornitore di un prezioso aiuto all’arcivescovo di Canterbury nella stesura della Magna Carta. Un aiuto talmente prezioso che re Enrico III aveva deciso di sdebitarsi offrendogli in perpetuo le rendite dell’abbazia di Saint Andrew, a Cambridge. Rendite con le quali il cardinal Bicchieri aveva fatto edificare, proprio in Vercelli, la magnifica abbazia di Sant’Andrea.
Nella ricca e viva Vercelli dell’epoca, lo spettacolo si protrasse a lungo. Gli spettatori dovevano vedere cosa capitava ai ribelli, agli eretici.
Lungo tutto il tragitto, il boia continuò ad arroventare le tenaglie nel braciere e poi, a piccoli pezzi, a strappare lembi della pelle del malefico eresiarca, il quale soffrì in ostinato silenzio. Solo un gemito gli sfuggì dalle labbra quando gli fu amputato il naso e un sospiro quando gli fu strappato il membro virile.
La corsa terminò sul rogo, con le ceneri sparse affinché nessuno potesse recuperarle e venerarle.
Prima di tutto ciò, Dolcino fu obbligato ad assistere al rogo della sua fedele compagna, Margherita di Trento.

Margherita viene descritta come una ragazza bellissima, al punto che molti nobili della diocesi si offrirono di salvarla e prenderla in sposa se avesse abiurato. Lei non lo fece. Salì sul palco dell’ultimo supplizio sotto gli occhi del suo uomo.
Tutto questo è riportato nel libello Historia fratris Dulcini heresiarcche, scritto subito dopo gli eventi da un autore sconosciuto e ribattezzato dagli storici Anonimo Sincrono.
È degno di nota segnalare come la forza sia fisica che mentale di Dolcino siano esaltate.
È degno di nota perché l’Anonimo Sincrono non è un cronista. È uno scriba agli ordini del vescovo di Vercelli Raniero Avogadro. Secondo alcuni storici moderni è probabile che sia il vescovo stesso.
Non nasconde per chi parteggia. Non serve un moderno esperto di psicolinguistica alla CSI; è sufficiente trascrivere alcuni passaggi, partendo dall’incipit:

“Storia o leggenda dei misfatti e dei crimini perpetrati dal maledetto eresiarca fra Dolcino con i suoi perfidi seguaci…”

Oppure quando parla del vescovo:

“Il vescovo, quale valido atleta di nostro signor Gesù Cristo, conseguì tanti meriti ed onori e a lui Dio onnipotente diede tanta grazia da poter dissipare quell’eresia […] per volontà di Dio che volle miracolosamente mettere nelle sue mani quei pestiferi cani…”

Che tanta forza e caparbietà di Dolcino siano evidenziate in un trattato che non esita a definirlo perfido, pestifero cane, figlio di Satana, si presta a una duplice interpretazione: può essere una sorta di riconoscimento del valore del nemico, ma anche un voler dimostrare quanto tremendo fosse l’avversario che si è riusciti a sconfiggere. Terribile nella sua forza e nelle sue convinzioni, così come nella capacità di fare adepti pronti a morire per lui anche di fronte a una facile salvezza.

Fatto sta che quanto riportato nell’Historia è l’unica fonte contemporanea su fra Dolcino. Il racconto si concentra sui tre anni passati nella diocesi di Vercelli, dal 1304 al 1307, ma ci fornisce anche alcune informazioni sul passato dell’eresiarca. Ci dice che era figlio del presbitero Giulio di Trontano, nell’Ossola. Ci informa che Dolcino è stato nel movimento apostolico per 16 anni (quindi a partire dal 1291).
Gli Apostolici, già dai tempi del Segarelli, loro fondatore, sono sempre stati un po’ ovunque ma principalmente in Emilia Romagna. Hanno tanti proseliti anche in Trentino e infatti è proprio in quell’area che Dolcino si stanzia dopo il rogo di Gherardino. Sappiamo che nel 1303 è ad Arco di Trento dove conosce Margherita.
Poi, improvvisamente, Dolcino si muove. Seguito da una “moltitudine” attraversa tutto il nord Italia e arriva a Gattinara, alle porte della Valsesia. Poco dopo si addentra nella valle “chiamato da un ricco contadino di nome Milano Sola” e si piazza a Campertogno.
È in questo momento che il vescovo di Vercelli, “informato della malattia che si propagava sui monti”, decide di intervenire militarmente. Ed è da qui che parte il cuore del racconto.

Ma l’Historia ci fornisce dettagli anche sull’ideologia di Dolcino e sulle sue profezie: scrive l’Anonimo che secondo Dolcino nel Natale dell’anno 1305 o 1306 in Italia ci sarà un nuovo imperatore e che tale imperatore è identificato in Federico III di Aragona, eletto Re di Sicilia nel 1297 dopo i vespri siciliani. Tale imperatore creerà 10 re e con loro sterminerà tutti i vescovi, i cardinali, i chierici e il Papa stesso. Che verrà poi un Papa santo, eletto da Dio stesso e non dagli uomini e che solo chi avrà professato vita apostolica sarà nel giusto.
Tutto ciò, ci dice lo scriba, è stato profetizzato da Dolcino in tre lettere (oggi perdute).
Il contenuto delle lettere ci viene confermato da Bernardo Gui, che dice di averle avute per le mani e lette due su tre. La distanza nel tempo (si stima che l’Historia sia stata scritta tra il 1307 e il 1310, mentre il De Secta Santorum di Gui è del 1316) fanno propendere di trovarsi di fronte a due fonti. Il Gui era uno dei più considerati pensatori dell’epoca nella centrale Tolosa ed è difficile pensare che menta dicendo di aver letto le lettere, magari dopo aver avuto tra le mani solo il racconto di un anonimo scriba di una città che, per quanto importante, è di provincia.
È però possibile che il Bernardo Gui l’abbia letta. Perché l’Historia viene copiata e tramandata. Viene fatta circolare perché si sappia quanto può essere perfida l’eresia.
E non lesina dettagli:

Mentre di trovavano sul predetto monte di Trivero, impiccarono molti fedeli in Cristo e tra essi pure un bambino di dieci anni. […] ad alcune donne amputarono labbra e naso, ad altre il seno, ad altre i piedi. Amputarono poi una mano ed un braccio ad una donna incinta, che il giorno seguente partorì sul monte ed il figlio così nato morì subito. […] Distrussero totalmente e bruciarono i paesi di Trivero, Mosso, Coggiola, Flecchia, Crevacuore, Mortigliengo e Curino. Diedero alle fiamme la chiesa di Trivero […] fecero crollare il campanile […] amputarono un braccio a una statua di Maria Vergine…

Per tutte le terre della cristianità i nomi di Dolcino e della sua setta diventano sinonimo di terrore, di brigantaggio, di violenza.
E un monito: attenzione, perché arrivano e sembrano uomini buoni, predicano e promettono un mondo migliore ma poi vi trasformano in assassini e massacratori di donne e bambini.
Dolcino diventa Satana, l’anticristo, un fantasma, un mostro terrificante.
Con il passare degli anni la figura di fra Dolcino inizia a scomparire, a cadere nell’ombra, seppur non dimenticata. In fin dei conti è stato Dante Alighieri a renderlo immortale, grazie ai pochi passi che gli dedica nell’inferno.
Il sommo Poeta non mette Dolcino tra gli eretici, ma tra gli scismatici. E non è Dolcino che parla, perché la Divina Commedia è ambientata nell’anno 1300, l’anno in cui Dolcino ha appena fatto la sua apparizione con la prima lettera.
È Maometto che si rivolge a Dante, e gli dà un avvertimento che sa di simpatia:

Or di’ a fra Dolcin dunque che s’armi,
tu che forse vedra’ il sole in breve,
s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,

sì di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch’altrimenti acquistar non saria leve.

Che Dolcino si armi di vivande. Perché una cosa che non abbiamo detto è che Dolcino viene sì sconfitto, ma prima dalla fame che dall’esercito.
Abbiamo lasciato Dolcino e i suoi (si dice circa 1400) a Campertogno, paese della Valsesia. La Valsesia è una splendida valle montana solcata dal fiume che le dà il nome, il Sesia.
Dal punto di vista militare e strategico però non è il punto ideale per uno scontro: ha un solo imbocco e alte montagne tutt’intorno. Una volta dentro è difficile uscirne e, se assediati, è impossibile ricevere rifornimenti.
Le truppe vescovili lo sanno e occupano l’unica via d’accesso. Non cercano lo scontro perché non lo trovano. Gli apostolici si nascondono nei boschi e sulle montagne e calano all’improvviso prendendo di sorpresa piccoli drappelli di soldati. È più una guerra psicologica che armata.
L’assedio dura due anni, nei quali Dolcino si addentra sempre di più tra le montagne, fino a trovarsi isolato su una cima non in grado di sostenere tutti (si parla di circa mille persone rimaste). I suoi seguaci iniziano a patire la fame: mangiano prima i cavalli, poi i cani, poi i topi. Secondo alcuni, anche i cadaveri dei compagni morti.
Solo quando sono allo stremo vengono attaccati e sconfitti.
Anche questo c’è nell’Historia. Ed è la prova della testardaggine degli eretici. Del continuare nel loro errore.

Dolcino sfuma nel tempo, dicevamo, ma improvvisamente torna alla ribalta.
In Francia è scoppiata la rivoluzione, il vento che porta il richiamo della libertà soffia per tutta Europa. Ed ecco che in Valsesia, a fronte dei discorsi sempre più libertari della popolazione, un prete ritrova nella sua chiesa dei fogli. Sono le carte della Lega Valsesiana, datate all’epoca dell’arrivo degli apostolici e siglate dai rappresentanti dei vari paesi della valle che si impegnano a combattere fermamente fra Dolcino.
Per la Chiesa (e i politici) questa è la chiara indicazione che da sempre il popolo valsesiano è contrario a queste spinte che si dicono innovative ma che in realtà vogliono solo ribaltare l’ordine costituito.
Dolcino e i suoi hanno occupato la Valsesia e in nome della loro pseudo-libertà l’hanno trasformata in campo di battaglia per le loro razzie e omicidi. Ma il popolo della montagna, li ha combattuti e sconfitti. E se lo ha fatto in passato, lo farà di nuovo. Fedele ai suoi antenati, oggi come allora combatterà ogni insinuazione pericolosa, ogni tentativo di cambiamento.
Così Dolcino passa attraverso i secoli.
Pazzo visionario, assassino, ladro, predone in nome di una nuova Chiesa.
Questa è la sua storia, tramandata e arricchita per 670 anni.

Ma il titolo di questo articolo è: la doppia vita di fra Dolcino. Perché?
Perché sul finire degli anni ‘70, gli storici riprendono in mano i documenti.
E… sorpresa! Le leghe valsesiane sono un falso. Anche abbastanza grossolano, scritte 300 anni dopo la vicenda dolciniana in funzione anti-giacobina.
Ma se i valsesiani quindi non si erano schierati contro Dolcino e i suoi, da che parte stavano?
E poi perché un movimento che esisteva da più di quarant’anni e che non aveva mai dato adito a scontri armati (a parte la baruffa a colpi di sassi e bastoni per liberare Gherardino Segarelli da Guido Putagio) improvvisamente si trasforma in un esercito agguerrito e anche tanto abile da riuscire a tener testa per due anni alle truppe professioniste di Vercelli?
C’erano le lettere di Dolcino che minacciavano di morte tutti i prelati e chierici. Ma sempre nelle stesse lettere, ci dice Bernardo Gui, a portare la morte sarà il nuovo imperatore che Dolcino profetizza essere Federico di Sicilia, non gli apostolici.
Per dare risposta a queste domande bisogna ampliare il campo di ricerca. Studiare la situazione geopolitica dell’area, cercare riscontri anche archeologici. Insomma: dare un contesto.
Ed ecco che si scopre che Dolcino ha avuto contatti con Matteo Visconti. L’ex signore di Milano, ghibellino, cacciato dalla sua città nel 1302 ad opera dei Della Torre, guelfi, è a Martinengo (BS). Cerca di riconquistare Milano con il suo esercito ma ha di fronte a sé molti avversari. I guelfi infatti hanno riconquistato molte posizioni importanti negli ultimi anni. Nell’area in cui si svolgono le vicende dolciniane, la famiglia Avogadro (guelfa) ha cacciato da Vercelli i Tizzoni (ghibellini). A Novara i Brusati (guelfi) hanno cacciato i Biandrate (Ghibellini).
Nomi che il Visconti conosce bene, proprio perché sia gli Avogadro che i Brusati hanno fornito truppe e comandanti alla lega che ha aiutato i Della Torre a conquistare Milano, esiliandolo.
Le notizie sui contatti tra Dolcino e Matteo Visconti sono molto plausibili.
Primo perché il milanese, appena esiliato, si ritira proprio nella zona del Garda, dove Dolcino in quegli anni predica (e Dante, anch’egli esiliato, frequenta una donna del luogo, ma questa è un’altra storia…).
Secondo, perché un frate pellegrino, durante una sosta proprio a Martinengo, scorge tra i soldati viscontei degli apostolici e scrive al suo superiore chiedendo lumi.
Terzo perché Matteo Visconti, una ventina di anni dopo, verrà processato e tra gli atti si trova l’accusa di aver usato il movimento dolciniano per i suoi scopi militari (anche se si sospetta che siano accuse esagerate visto che, tra le varie, gli si imputa anche di aver assunto un negromante famoso, di nome Dante Alighieri, per fare una maledizione al Papa).
Ultimo ma non ultimo, studiando gli spostamenti dell’esercito visconteo e dei dolciniani si nota che nel 1304 si muovono praticamente in parallelo.
Che quindi Dolcino si fosse in qualche modo “alleato” con il Visconti? Che lo scopo del trasferimento in quell’area fosse di destabilizzare un’area in possesso del nemico guelfo?
E gli abitanti della Valsesia? Le vittime delle razzie di Dolcino?
Forse non erano vittime. La Valsesia infatti aveva ottenuto nel 1275 uno statuto speciale che, a seguito del pagamento di un fodro (una tassa) li liberava dai feudatari.
Sul finire del 1200 però la situazione si era di nuovo infiammata e i valsesiani erano in aperta rivolta. A Gattinara, città all’imbocco della valle, i feudatari degli Avogadro, gli Arborio, erano stati cacciati e la città si era dichiarata borgo franco.
La stessa valle era in una situazione di potere “confuso”. Le terre sulla riva destra del fiume Sesia erano infatti sotto il controllo di Vercelli, quelle di sinistra di Novara, ma tutta la valle dal punto di vista spirituale era sotto la diocesi di Vercelli.
Quando arriva Dolcino, pertanto, non si ritrova in una valle dell’Eden da razziare, ma in un’area già in aperta rivolta i cui nemici sono proprio quei Brusati e, soprattutto, gli Avogadro di cui, casualmente, è membro anche il vescovo di Vercelli, Raniero.
Quindi, forse, tutto ciò che ha scritto l’Anonimo Sincrono nella sua Historia è da rivedere. Perché i fatti smentiscono le sue parole.
La presenza, dalla parte di Dolcino, di uomini del posto che conoscono la zona, abili cacciatori con l’arco, giustifica la rapidità di movimento con la quale gli eretici piombano sui vescovili.
Ma perché tacere del ruolo avuto dai valsesiani? Forse per non far sapere al mondo di non avere il controllo sulla propria diocesi. O che la propria, potente famiglia sta prendendo scoppole da un branco di contadini.
Meglio coprire tutto con il mantello dei feroci eretici arrivati da lontano.

Ma quindi cosa c’è di vero nella storia dell’eretico armato?
Dolcino ha profetizzato che Federico d’Aragona, re di Sicilia, diventerà imperatore e sterminerà gli uomini di Chiesa.
In fin dei conti è in lotta con il papato dopo i vespri siciliani: il Papa ha scomunicato l’intera isola ma non ha ottenuto nessun ripensamento, anzi. Federico sembra voler avanzare verso Napoli e riunire il regno di Sicilia, insediando i confini dello stato pontificio.
Ma nel 1302 Federico firma la pace di Caltabellotta. Poi non la rispetta pienamente, ma non muove più guerra verso alcuni. Le grandi famiglie ghibelline, che vedono in Federico (in quanto ultimo discendente della casata sveva) il loro vessillo, possono mantenere le speranze e sembrare a Dolcino una valida alternativa, nell’attesa di un ripensamento dell’aragonese. E i Visconti sono la più potente famiglia ghibellina dell’area. I loro preziosi alleati novaresi e vercellesi sono i Biandrate e i Tornielli e, a quanto pare, Dolcino di nome in realtà si chiamava Davide Tornielli.
Ipotesi più che probabile perché ritrovata in più fonti (anche se tutte “per sentito dire”). Perché Benvenuto da Imola ci informa che suo nonno ha conosciuto fra Dolcino quando era uno studente a Vercelli. Quindi, Dolcino non era di umili origini come il suo predecessore Gherardino.
Unendo tutte queste cose e aggiungendo l’indubbio interesse di Matteo Visconti a creare un “nemico al suo nemico”, non è da escludersi che gli fornisca anche un supporto militare. Insieme a Dolcino e Margherita, sul rogo, sale anche tale Longino Cattaneo da Bergamo, con tutta probabilità un comandante militare.
Queste ipotesi giustificano il passaggio così repentino da predicatore a guerriero.
Spiegano come un gruppo di uomini e donne che da sempre portavano con sé solo un saio improvvisamente diventano guerriglieri in grado di tenere testa a un esercito, di muoversi come fantasmi tra le montagne, di eseguire incursioni e razzie.
Ma nel 1305 Matteo Visconti viene sconfitto a Vaprio d’Adda. Uno dei suoi più preziosi alleati lo abbandona perché offeso da una promessa di matrimonio non mantenuta. Deluso, decide di ritirarsi (tornerà alla carica anni dopo riprendendosi la città).
E Dolcino? Dolcino si ritrova bloccato sulla Parete Calva, un pianoro inespugnabile a Rassa, vicino a Campertogno. L’esercito lo cinge d’assedio, blocca ogni rifornimento. L’inverno 1305/1306 è tremendo. Arriva presto e seppellisce di neve qualsiasi cosa. Ogni speranza di vedere arrivare soccorsi da Milano è ormai sfumata.
Così, secondo la leggenda “guidati da Margherita”, gli apostolici si muovono. Il 6 marzo abbandonano la Parete Calva e tra passaggi che ancora oggi sono considerati “per alpinisti esperti” scavallano i monti che separano la Valsesia dal Biellese e giungono a Trivero, posizionandosi su un alto monte che da quel momento viene chiamato Rubello o “dei ribelli”. Anche in questo caso è difficile pensare che una ventenne proveniente da Trento conoscesse così bene i luoghi da portare mille persone attraverso luoghi così impervi senza l’uso di guide del luogo.
Perché abbiano fatto questa manovra non si sa. Forse speravano di scendere verso valle e poi disperdersi in nuove aree, in pianura. Fatto sta che l’esercito di Raniero Avogadro arriva rapidamente e blocca ogni via di fuga.
Nel mentre, provato nelle finanze da una guerra che non credeva così lunga, il vescovo ha scritto a papa Clemente V, il pontefice francese bandisce una crociata. Scrive lettere a chiunque, da Amedeo di Savoia al marchese del Monferrato. Offre indulgenze plenarie a chiunque voglia combattere l’eresia sia con l’apporto di soldati sia offrendo il pagamento per assoldare mercenari.
I soldi arrivano. L’esercito vescovile si attrezza di armi da assedio. Due baliste (catapulte in grado di scagliare grossi massi a lunga distanza) vengono installate sulle montagne di fronte al Rubello, trasformandosi ben presto in un incubo che piove dal cielo per gli apostolici. Da Genova vengono presi 400 balestrieri.
Dolcino costruisce palizzate sulla cima del monte e i vescovili le costruiscono sotto.
Parte una guerra di scaramucce, di sortite e terrore psicologico, con gli apostolici nascosti e pronti a colpire e i vescovili a difendere le posizioni e bombardare le povere capanne dai monti limitrofi.
Qui, leggendo l’Historia con attenzione, qualche dubbio può nascere.
L’Anonimo Sincrono infatti dice che l’esercito occupa tutte le città del circondario per isolare gli eretici sul monte e che gli abitanti sono costretti ad abbandonare le loro case (per colpa di Dolcino, ovviamente)
Poi dice che gli eretici razziano i paesi.
Ma se nei paesi c’erano i soldati…
Quindi ciò che è più probabile che gli attacchi avvengano nei confronti dei depositi dell’esercito per procurarsi il cibo.
In ogni caso, che Dolcino abbia impugnato una spada o meno, non si sa. Di certo non ha rifiutato l’idea di combattere o supportare chi combatteva per lui.
L’inverno che arriva è peggiore ancora del precedente. Il cibo scarseggia. Dolcino e i suoi seguaci sono allo stremo.
Così, nel Marzo 1307 l’esercito vescovile sferra il suo attacco finale. Soldati in armi e ben nutriti affrontano una schiera di uomini e donne provati da due anni di fame e di freddo.
Lo scontro avviene alla piana di Stevello e dura tutto il giorno. Il sangue scorre a fiumi, tanto che un torrente della zona verrà ribattezzato Carnasco per via delle centinaia di cadaveri che vi vengono gettati.
Gli apostolici vengono passati tutti a fil di spada. Se ne salvano 140 (di cui poi non si saprà più niente). Dolcino, Margherita e Longino da Bergamo vengono catturati vivi e imprigionati, probabilmente a Biella.
Non ci sono giunte testimonianze del loro processo. Forse non c’è nemmeno stato. Solo l’Anonimo ci informa che il Papa, una volta informato della cattura, risponde al vescovo complimentandosi e autorizzandolo a rendere le sofferenze che loro avevano dato. Si raduna così un concilio di esperti e, il primo giorno di giugno, avviene l’esecuzione.

Alla luce delle nuove scoperte, la figura di Dolcino non appare più così malvagia o traviata da una visione mistica di fede e di spade. Risulta un ben più verosimile incontro di diverse istanze: la ricerca di un luogo in cui vivere in pace da parte degli apostolici reduci da anni di persecuzioni, la difesa di una libertà e di una cultura montana messa a rischio dal crescere delle città in pianura per i valsesiani; la conferma del controllo sull’area da parte di una famiglia in ascesa come gli Avogadro; un quadro ben più ampio di scontri tutti italiani tra signorie, tra guelfi e ghibellini. Il tutto in un quadro politico confuso, con una Chiesa preda per prima delle sue divisioni interne e poi dalla pressione del re di Francia.
Tutto il resto è immaginazione. E Dolcino può essere visto in prima linea con la spada o in cima al monte a pregare per i combattenti.
Ognuno si farà una sua idea, fino a che, magari, un giorno, si scoprirà qualcosa di nuovo.
Ma nel frattempo mi piace immaginare quell’uomo seduto in cima al monte, a ripensare alle parole del suo predecessore, Gherardino:

ognuno è responsabile per sé agli occhi di Dio,
siamo tutti fratelli e sorelle,
nessuno è superiore ad un altro
E immaginare un mondo diverso.

 

 

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