AN VEDI ‘STI ROMANI E GRECI

Sarà perché  noi con un click su smartphone, pc o tablet oggi andiamo ovunque e pensiamo orgogliosamente che cinquant’anni fa si era ancora all’epoca delle caverne o quasi. Sarà perché i film ci hanno dipinto Roma e Grecia come grandi potenze, ma con poca tecnologia. Sarà perché la scuola – perlomeno per chi ha fatto studi classici – ha inculcato l’idea che fossero grandi filosofi, ma in fatto di praticità lasciassero un po’ a desiderare. Sarà per tutto questo, unito al fatto che spesso si pecca di presunzione, rimane comunque il fatto che molti, se non proprio tutti, pensano che i Romani fossero tanto forti e furbi, i Greci tanto intelligenti e riflessivi. Punto e basta. A parte soluzioni architettoniche (ad esempio, l’arco), qualche eccezione (Archimede), studi vari e sparsi di matematica e astronomia, la convinzione comune  è che  a quell’epoca sapessero anche molto, ma non avessero idea di come metterlo in pratica. Un po’ come dire: avran pure avuto nel cassetto i progetti base di una supercar mai realizzata, ma non erano in grado di farla.

Già, peccato le cose non stiano esattamente così. Siamo stati noi a non sapere per secoli, non loro. Anzi: la figura dei pirla – alla resa dei conti – la facciamo noi e quelli prima di noi. Impossibile? Mica tanto. Qualche esempio. Erone di Alessandria, nel I secolo a,C, aveva costruito un distributore automatico: infilavi qualche dracma e veniva erogata quantità prestabilita di liquido (ok, non era né Fanta, né Coca Cola, ma poco importa). Altro caso: molti navi romane (quelle più grandi e utilizzate per viaggi più lunghi), per difendere lo scafo in legno dai danni provocati dalle teredini (mollusco che danneggia la chiglia)  ne avevano ricoperto parte con il piombo.  E attenzione: bisogna tenere presente che nel 1600 – non esattamente la settimana dopo – le navi inglesi, francesi e spagnole, erano ancora lì a cercare di sterminare le teredini dalle loro navi (ma non erano scemi, semplicemente non sapevano dei Romani)…  In ogni caso: per non fare altri errori, meglio cancellare l’immagine comune che vede le navi romane, semplicemente come triremi, un bel po’ di schiavi, qualche orpello per difendersi in mare (ad esempio rostri) e buonanotte. Certo, c’erano quelle, ma c’erano anche veri e propri giganti dei mari, quasi navi da crociera. La Syracusia ad esempio. Progettata  da Archimede, su ordine di Girone II di Siracusa che voleva un’ammiraglia “speciale” per la sua flotta, era lunga oltre 100 metri, poteva sopportare un carico di 1100 tonnellate. Poteva trasportare 400 soldati e 100 passeggeri. A proposito: era dotata di ogni comfort. C’erano cabine per i passeggeri, una biblioteca, giardini pensili, una stalla per i cavalli degli ospiti (ma non più di venti quadrupidi)  un Tempio dedicato ad Afrodite, e ovviamente bagni. E per la difesa, come riferisce Moschione nei suoi scritti (citati da Ateneo ne I Deipnosofisti): “Disponeva di otto torrette, di dimensioni adeguate a quelle della nave: due erano a poppa, due a prua e le altre al centro. Ai lati due salde gru vennero installate, e su loro vennero messe catapulte in grado di lanciar massi sui nemici che navigavano sotto costa. Sulle torri stavano quattro forti uomini ben equipaggiati, e due arcieri; all’interno di ogni torretta vi erano serbati macigni e giavellotti. Assieme ai merli di coperta, di traverso ad essa venne costruita un lancia sassi e giavellotti, dei primi poteva lanciarne di pesanti settanta chilogrammi, i giavellotti lunghi circa cinque metri poteva scagliarli fino a centottanta metri. Tale macchina venne costruita da Archimede”. Un ultimo particolare che tanto particolare poi non è: siamo nel 240 avanti Cristo.

Per chi avesse poi ancora dubbi sul fatto che greci e romani non pensavano solo, ma erano anche in grado di fare, è sufficiente sapere della “macchina di Anticitera”. Nel 1900, un pescatore di una nave che aveva cercato rifugio da una tempesta vicino alle coste della piccola isola di Anticitera, s’immerse per recuperare parte del carico di spugne che era caduto in mare. Sopresa: sotto di lui, intravide la sagoma scura di un relitto. Informate le autorità greche, si provvide al recupero. Solo allora, controllando meglio e catalogando il materiale recuperato, uno studioso notò che all’interno di una roccia s’intravvedevano ingranaggi e ruote dentate. Ed era una cosa così banale che infatti si ipotizzò subito che dovesse trattarsi di ciò che restava di un orologio “moderno” caduto casualmente molti anni prima sul relitto. Non a caso, ci volle mezzo secolo per risolvere una volta per tutte il mistero. Racchiuso in una scatola di circa 30 cm di altezza, 15 di larghezza e 7,5 di profondità (quindi, “da viaggio”), la “macchina di Anticitera” era più piccola di una scatola di scarpe. All’interno di questa scatola erano alloggiati una trentina di ingranaggi di bronzo. Il suo scopo? Semplice: era “solo” un calcolatore solare e lunare che univa le complesse teorie astronomiche di Archimede, Ipparco ed Erone. Calcolava i giorni, gli equinozi, i movimenti dei pianeti. Ed aveva un meccanismo così sofisticato  ma incredibilemnte preciso, da essere in grado di fissare anche le date delle Olimpiadi. Un’ ultima cosa: non solo era completo di 32 raffinatissimi meccanismi di bronzo (errore nelle ruote dentate calcolato intonro allo 0,001 millimetro)  in modo da selezionare i dati per il pianeta scelto, ma disponeva anche di un meccanismo “differenziale” tra le varie ruote  – lo stesso meccanismo che, “scoperto” moli secoli dopo, permetterà alle automobili di curvare in sicurezza -. Ah già: la macchina di Anticitera  è datata 150 (ma c’è chi sostiene anche 250) avanti  Cristo.

Paolo Negro

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