Inquisizione Spagnola – seconda parte

Quando salì al trono, nel 1474, Isabella di Castiglia (1451-1504), la convivenza fra ebrei e cristiani si era fortemente deteriorata. Il caso che fece esplodere una vera e propria “caccia all’ebreo” fu provocato dal rogo di due conversi nel 1477 a Llerena; il domenicano Alonso de Hojeda, priore del convento di Siviglia, aveva condotto un’in­chiesta ed era giunto ad affermare che quasi tutti gli ebrei convertiti in realtà avessero continuato a praticare il giudaismo di nascosto. Questo fu il pretesto che attendeva Ferdinando per dare il via alle persecuzioni. Ferdinando d’Aragona (1452-1516) e Isabella richiesero a papa Sisto IV (1471-1484) la facoltà di indagare i loro sudditi di origine ebraica e quelli convertiti. Il pontefice emanò la bolla, il 1 novembre del 1478, in cui autorizzò la Corona spagnola ad istituire un tribunale che avesse giurisdizione esclusivamente sui cristiani battezzati, ovvero i conversos. Questo atto fu la nascita dell’Inquisizione Spagnola. Il 6 febbraio del 1481 viene celebrato il primo “auto da fé”, con il rogo di sei notabili conversi. Nello stesso anno, un’ordinanza obbligò gli ebrei che vivevano nella Castiglia a rinchiudersi nei ghetti, mentre numerosi giudei andalusi vennero espulsi. Poteva così iniziare quella feroce persecuzione in nome della fede per cui la questione religiosa era un fatto puramente secondario ri­spetto a quello politica, paravento al quale i domenicani nel Regno di Spagna si prestarono sen­za troppe remore.

In questo clima d’odio in tutta la Spagna fiorirono le denunce e le accuse contro i conversos, disprezzati sia dai cristiani che dagli ebrei, sommergendo il lavoro stesso degli inquirenti. In questa prima fase convulsa, e negli anni a venire, molti furono gli abusi, toccando livelli inusitati di isteria e esaltazione fanatica. Lo stesso papa Sisto IV intervenne per porre un freno agli eccessi scrivendo, in una missiva del 18 aprile del 1482, ai vescovi spagnoli: «In Aragona, Valenza, Maiorca e Catalogna, l’Inquisizione è stata talvolta mossa non da zelo per la fede e per la salvezza delle anime, ma da avidità di ricchezza. Molti veri e fedeli cristiani, sulla base della testimonianza di nemici, rivali, schiavi ed altri individui d’infima condizione, sono stati, senza alcuna prova legittima, gettati in prigione, torturati e condannati come eretici recidivi, privati dei loro beni e delle loro proprietà e consegnati al braccio secolare per essere giustiziati, mettendo a repentaglio le anime, offrendo un esempio pernicioso e generando disgusto in molti».

Re Ferdinando, oltraggiato dal contenuto di questa lettera rispose con asprezza a papa Sisto, insinuando perfino che i conversos avessero corrotto anche Roma: «Mi sono state riferite cose, Santo Padre, che, se vere, sembrerebbe meritare il più grande stupore. […]. A queste dicerie, comunque, noi non abbiamo dato credito, sembrando cose che in nessun modo possano provenire da Sua Santità, che ha il dovere dell’Inquisizione. Ma se, per caso, alcune concessioni sono state fatte, grazie alla tenace ed astuta persuasione dei conversos, io non intendo in alcun modo permetter loro di avere effetto. Faccia perciò attenzione a che la questione non proceda oltre, revochi eventuali concessioni e ci affidi interamente la cura di questo problema». Da questo momento in poi il Papato non ricoprì più alcun ruolo nell’Inquisizione spagnola, che divenne a tutti gli effetti uno strumento della monarchia spagnola e indipendente dall’autorità ecclesiastica. Le ragioni di questa scelta vanno ricercate non solo nella difesa della fede cattolica, ma anche, e soprattutto, nel tentativo del cristianissimo re Ferdinando d’Aragona di riunire sotto un’unica corona il paese, fino ad allora diviso in due regni, quello di Castiglia e quello d’Aragona, sconvolto da aspri contrasti, anche militari, sostenuti da una parte della nobiltà con pesanti ripercussioni economiche. Infatti, l’inquisizione era già presente in Spagna da almeno 250 anni (introdotta dal vescovo Bernard a Lerida), ma ai tempi di Ferdinando era fortemente indebolita. Il re, però, intuì il potere coercitivo che un’istituzione come quello del Consiglio della Suprema e Generale Inquisizione, o più meglio noto come il Consiglio della Suprema, poteva dargli.

 

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