La saga del Templare di Jan Guillou

 

 

 

 

 

Dopo aver passato quindici giorni nel medioevo, torno al presente. Un viaggio incredibile che difficilmente dimenticherò. È la prima volta che propongo una recensione non a un singolo libro ma a una tetralogia intera. Siamo di fronte ad una grande saga cavalleresca ambientata nel XII e XIII Secolo tra il nord Europa e la terra santa.
Le atmosfere ricreate da Jan Guillou nei suoi quattro libri sono epiche in certi frangenti. Gesta di cavalieri e fanti, uomini d’onore in battaglia per un valore più alto, per difendere o accrescere l’onore di una famiglia. Un senso di appartenenza alla dinastia che infiamma il cuore dei personaggi, in un’ambientazione medievale molto particolare.

Insolito per me leggere romanzi di questo tipo ambientati principalmente tra l’attuale territorio svedese, danese e norvegese. Siamo alla fine del periodo vichingo, che per convenzione si fa terminare nel 1066 con le battaglie di Stamford Bridge e Hastings a cui succede il periodo normanno.
In molti passaggi dei quattro libri l’impronta vichinga risalta. Le stirpi che si contendono il potere su quella che alla fine della saga diventerà la Svezia, come la definiamo oggi, sono molteplici: i Folkung, dinastia a cui appartengono i protagonisti principali della saga, gli Erik e gli Sverker, si succedono sul trono dei territori dello Svealand, del Vàstergòtland e dell’Osteròtland in un turbinio di battaglie, accordi tra nobili casate sugellate da matrimoni di convenienza.
Un medioevo perfettamente reso dall’autore svedese, Jan Guillou, con le sue usanze, le sue leggi non scritte, così diverso da quello che forse meglio conosciamo nel resto del continente Europeo. Basti pensare che mentre i crociati delle altre nazioni combattevano in Terra Santa a cavallo di forti destrieri, nei territori del nord le guerre erano concepite solo con la fanteria. I soldati si recavano con i cavalli sul luogo della battaglia ma questi non venivano utilizzati per lo scontro, non essendo addestrati allo scopo ma solo utilizzati per gli spostamenti necessari.

La saga, che si sviluppa nell’arco di un secolo (dal 1150 al 1250 circa), è molto ricca di avvenimenti, di tantissimi personaggi appartenenti a una o all’altra dinastia. Si assiste alla crescita personale, emotiva e caratteriale di tutti i protagonisti finendo inevitabilmente per appassionarsi a molti di loro. Una nota particolare, che forse in alcuni punti del libro rende difficoltoso seguire tutte le parentele è il fatto che ai tempi non esistessero i cognomi come li intendiamo noi oggi. A ogni nuovo nato, oltre al nome proprio attribuito dai genitori, si aggiungeva un nome patronimico (e occasionalmente matronimico). Ciò significa che se Erik e Cecilia avevano un figlio di nome Johan, questi avrebbe preso il nome di Johan Eriksson (letteralmente “Johan figlio di Erik“). Ma la figlia della stessa coppia che immaginiamo potesse chiamarsi Rikissa (nome comune all’epoca), sarebbe stata Rikissa Eriksdotter (letteralmente “Rikissa figlia di Johan”). Ciò vuol dire che un fratello e una sorella avevano nome e cognome completamente diverso e così l’eventuale nuovo nato da Johan avrebbe avuto il “cognome” Johansson.
Potete immaginare come in una saga di questo tipo ad un certo punto si rischi di andare in confusione tra le varie parentele e i tantissimi matrimoni combinati che servivano per mantenere il potere sui territori di competenza scongiurando il rischio di guerre oppure di acquisirne di nuovi. All’inizio dei libri ci sono comunque gli elenchi dei personaggi che in diverse occasioni sono stati molto utili.

Il principale tra tutti i personaggi è sicuramente Arn Magnusson, protagonista dei primi tre libri. Il Templare che dà il titolo al primo libro. Una vita tormentata la sua. Per un peccato considerato mortale dalla Chiesa del tempo, sarà costretto a subire una condanna di esilio in Terra Santa a servire l’Ordine dei Cavalieri del Tempio di Salomone per vent’anni.

Il primo libro della saga ci racconta l’infanzia di Arn, la sua istruzione presso un’abbazia di monaci gli permetterà di formarsi come una mente illuminata per l’epoca, potendo attingere alla conoscenza sconfinata dei suoi maestri, uno dei quali ex templare e quindi abilissimo anche con la spada, lo scudo e la lancia. Una formazione completa per un uomo che avrebbe combattuto nell’Ordine di Cavalieri più importante della storia dell’umanità.

Quando sguaini una spada, non chiederti chi uccidere ma chi risparmiare.

Nel secondo libro “Il Saladino” incontriamo Arn adulto che deve scontare la sua pena ventennale in medio oriente ed è forse il punto più alto della saga perché ci permette di vedere i Cavalieri Templari scevri da quella patina di mistero, di santo Graal, di antichi tesori nascosti che spesso ritroviamo nei libri che ne parlano. Jan Guillou è molto abile nel presentarci la vita dei Cavalieri in Terra Santa, puntando molto sul loro rapporto con la popolazione locale, quel crogiuolo di culture e fedi religiose tra islamici, ebrei, sunniti, sciiti.
Alcune delle discussioni tra Il Saladino e Arn Magnusson nel secondo libro hanno una profondità incredibile e tremendamente attuale se ragioniamo sulla questione medio-orientale e il terrorismo islamico che ne è conseguito.

Pensando al titolo del primo libro “Il Templare” mi sarei aspettato una saga molto più incentrata sull’Ordine istituito dal cavaliere Hugues de Payns. In realtà i Templari in questo caso sono da contorno alle vicende che per la maggior parte si sviluppano in un territorio dal grande fascino come quello svedese.
Il ritorno in patria di Arn, nel terzo libro “La Badessa” segna un profondo cambiamento per il regno. Il Templare, guidato da un’apparizione della Santa Vergine, si farà carico della costruzione di una grande Chiesa in onore del Santo Sepolcro di Gerusalemme e della creazione di una “scuola di addestramento” per i cavalieri della dinastia Folkung. Guerrieri invincibili, di grandi doti tecniche e capacità intellettuali, che nelle attese di Arn avrebbero dovuto garantire prosperità e pace al futuro del territorio.
Il quarto libro è forse quello più “staccato” dagli altri. “L’ultimo erede dei templari” ci racconta le vicende degli ultimi 50 anni circa della saga, con alcuni passaggi che ricordano più un saggio con tante battaglie, alleanze, morti e successioni sul trono e nelle varie cariche del regno.
Un tuffo in una ambientazione particolare e molto evocativa che sicuramente permette di accrescere le conoscenze sulla vita dei popoli del nord che iniziavano a interagire con altri popoli da cui acquisire quelle leggi e usanze di civiltà di stampo romano che fin lì non erano arrivate ad attecchire. Una saga da leggere tutta di seguito, per apprezzarne meglio la continuità e lo sviluppo delle vicende di pari passo con quello dei personaggi. Tecniche di battaglia e di addestramento, grandi capacità descrittive delle armi e delle armature, denotano una grande conoscenza dell’autore verso questo genere e avvinghiano il lettore che in poco tempo viene risucchiato nel vortice del tempo e si ritrova a marciare sulla neve, su paesaggi maestosi e incontaminati, come uno jarl del regno.

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