Tomoe Gozen, un caso ancora aperto

Articolo a cura di Linda Lercari

2020, anno delle Olimpiadi in Giappone. Il mondo, presto, volgerà l’attenzione al Sol Levante in vista delle performance dei vari campioni delle discipline sportive.
Scopriamo insieme qualche aspetto più nascosto di questo affascinante paese.

Essendo donna e Kendoka, ovvero praticante l’arte marziale della Via della Spada, la mia fantasia vola subito a un personaggio tanto affascinante quanto controverso: la grande guerriera Tomoe Gozen.
La tradizione delle Onna-Bugeisha, o Onnamusha, ovvero delle donne guerriere fonda le sue origini nell’antichità, nella mitologia nipponica delle origini. Si parla, in primis, dell’Imperatrice Jingū leggendaria regnante consorte che circa nel 200 d.c. che impugnò le armi durante i conflitti. La figura mitologica di Jingū è talmente interessante che Edoardo Chiossone la rese come prima donna raffigurata sulle banconote nel 1881. Sono molto affezionata a questa notizia in quanto ho passato gran parte dell’infanzia al museo di storia orientale titolato a Chiossone a Genova oltre ad avervi presentato il mio romanzo “Kaijin – l’ombra di cenere”.
Dall’imperatrice Jingū in poi le rappresentazioni delle Onna-Bugeisha, si moltiplicano anche perché la storia del Giappone è praticamente sempre belligerante. Spesso erano solo le mogli e le figlie adulte che potevano organizzare la difesa familiare tant’è che si sviluppa la tecnica difensiva della Naginata, una specie di lunga lancia ricurva, quasi una specie di commistione fra un’alabarda e una falce, con la quale il “sesso debole” poteva tenere a distanza gli aggressori e, al contempo, difendersi e attaccare.
In questo clima di continue lotte per la supremazia ecco emergere la nostra eroina, appunto Tomoe Gozen. Nata intorno al 1157 il suo nome indica che non fosse di origine nobiliare in quanto “Gozen” indica il termine “onorevole”. Nonostante che per essa non esistano notizie certe – quindi come per l’imperatrice Jingū, per Tomoe abbiamo una consolidata tradizione epica. La prima apparizione è nel Heike monogatari – circa XIV secolo – che tratta la guerra Genpei che portò alla formazione dello Shogunato di Kamakura.

Di Tomoe sappiamo che era un’arciera provetta e una soldatessa coraggiosa. Sapeva cavalcare con abilità e senza timore affrontava anche i terreni più accidentati. Sulla sua costituzione possiamo indovinare che fosse tonica in quanto riusciva a indossare l’armatura pesante completa. Va ricordato che le armature nipponiche sono di bambù, cuoio e stoffa, niente a che vedere con quelle della tradizione occidentale.
Oltre che nel Heike monogatari Tomoe viene citata in modo esaustivo anche nel Genpei seisuki, altra opera fondamentale che tratta la guerra Genpei.
Ed è proprio a causa di questi due testi ed altra letteratura a tema che si apre il “mistero” di Tomoe. Le leggende si dividono. In un racconto Yoshinaka, il signore di Kiso le impone – quando la battaglia si fa feroce e lei rimane fra gli ultimi sette samurai ancora in lotta – di retrocedere in quanto non è onorevole per lui farsi trovare al fianco di una donna. In questa versione Tomoe obbedisce, ma scompare nella foresta e di lei non si ha più traccia. Questa storia è ripresa in altri documenti epici nei quali Tomoe, rimasta sola sul campo di battaglia, riesce a riparare in un bosco. Purtroppo non sappiamo se, ferita, sia deceduta sola e senza alcun soccorso, o se, riparando in altre terre, ha continuato a combattere sotto mentite spoglie.
Nel Genpei Sesuki viene ordinato, invece, a Tomoe di rientrare per raccontare le gesta di Yoshinaka, ma la guerriera viene ferita durante il percorso. Viene gettata da cavallo in modo molto violento – sembra gettandole addosso un tronco di pino – e Wada Yoshimori la prende come sua concubina. Da questa unione nascerà un figlio che verrà ucciso durante lo sterminio del clan Wada e Tomoe concluderà la sua vita, circa nel 1247 come monaca.
Qui vediamo una donna costretta dagli eventi e rientrata nei ranghi di una società del tempo che vedeva la condizione femminile più atta alla procreazione che al combattimento, anche se il fatto di avere un figlio con una Onna-Bugeisha di certo era un rafforzare la propria dinastia attraverso l’unione di più geni guerrieri.

Le leggende si susseguono e vi invito a cercarle sia on line che attraverso la letteratura di riferimento. Tutt’ora non sappiamo – se pure sia esistita veramente – quale sia stata la vera sorte di questa grande arciera, questa fanciulla che non temeva di mostrarsi come donna – spesso ritratta a viso scoperto – e che si lanciava in mezzo a cavalli imbizzarriti e mischie di feroci soldati. La sua capacità di scoccare cavalcando, il suo coraggio e la grande abilità strategica fanno sì che io vorrei invitarvi a ricordarla in questo modo: ancora fiera, ancora combattente, sempre indomita.

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